Lanciano a picco e scoppia la lite tra Maio e i tifosi

Vince l’Avellino 2-1. Cori dalla curva: il patron contro gli ultrà, rissa sfiorata
LANCIANO. Poteva essere la gara dello slancio finale verso la salvezza, e invece il ko con l’Avellino rischia di essere l’inizio di un incubo per la Virtus Lanciano: i rossoneri in campo mancano l’appuntamento con una vittoria che li avrebbe addirittura portati fuori dai play out; la dirigenza, invece, consuma probabilmente uno degli strappi più forti con la tifoseria. Al fischio finale scoppia un primo parapiglia in tribuna con un gruppo di avellinesi, circondati da supporter di casa e protetti dagli steward. Ma soprattutto si rischia la rissa tra i Maio e parte degli ultras rimasti in curva che intonano cori di contestazione: il patròn Franco supera di gran carriera le barriere tra i due settori, trattenuto a stento da amici e addetti alla sicurezza, mentre da entrambi i lati volano parole grosse e fuori dai cancelli si raduna un drappello di tifosi. I Maio escono scortati dallo stadio con la polizia in assetto antisommossa. Finisce così Virtus-Avellino, con società e pubblico ai ferri corti, e una squadra che ora deve sperare come non mai nella sentenza d’appello sugli ultimi 5 punti di penalizzazione se vuole capitalizzare quanto di buono fatto sul terreno di gioco.
La direzione di gara non è impeccabile, ma ai punti l’Avellino non demerita il successo che lo tira fuori dalla lotta salvezza. Numero delle conclusioni a rete e nitidezza delle occasioni da gol parlano chiaro, anche se nella ripresa, pur in inferiorità numerica, l'undici frentano tenta in tutti i modi di raddrizzare i risultato. Una cosa è certa: la partita non ha annoiato. Tra rigori assegnati e sbagliati, cartellini, sostituzioni, contestazioni all’arbitro e capovolgimenti di fronte succede un po’ di tutto.
L’approccio della Virtus sembra buono, ma non c’è tempo per dare un giudizio compiuto sull’avvio dei rossoneri: dopo una decina di minuti Mokulu, lanciato a rete da D’Angelo, è spinto da Amenta: rigore e primo cartellino, ovviamente rosso. Lo stesso Mokulu va sul dischetto, Cragno para il suo tiro e quello di Gavazzi sulla respinta, ma non l’ulteriore conclusione di Mokulu. Maragliulo vuole tenere quattro difensori di ruolo, sacrifica Vitale per Rigione, e si schiera con una sorta di 4-1-2-2, con Bacinovic di base più basso davanti alla difesa, e a scalare le coppie Vastola-Di Francesco e Marilungo-Ferrari. I rossoneri accusano il colpo: la Virtus sbanda e incassa il raddoppio, mentre fioccano cartellini e contestazioni all’arbitro, tanto dai giocatori in campo quanto dalle tribune. Ad ogni modo i frentani riaprono la partita: Martinelli, che a già Brescia aveva fischiato due rigori contro la Virtus, ne decreta finalmente uno a favore per fallo su Di Francesco. Il fischietto romano stavolta tiene il giallo nel taschino, nonostante nell’arco di 28 minuti ne tiri fuori ben 5. Ferrari imita Mokulu ma sulla ribattuta arriva Salviato. Oltre ai cartellini abbondano i cambi: nel primo tempo addirittura tre fra 15' e 41'. Le due squadre giocano e producono occasioni da un lato e dall'altro, anche se gli ospiti ne costruiscono qualcuna in più: dopo la mezzora Cragno un paio di volte si distende per intercettare conclusioni fuori di Insigne; Mokulu, Joao Silva e D’Angelo, sempre dalla distanza, non centrano la porta. Sull’altro versante si registrano un’inzuccata di Vastola e un parata di Frattali su Di Francesco, e un palo di “confusione” all’ultimo minuto di recupero su punizione calciata da Salviato. Nella ripresa la Virtus ci prova, ma presta troppo facilmente il fianco alle ripartenze biancoverdi: gli irpini vanno al tiro almeno sette volte, tra cui al 27’ da distanza ravvicinata con Insigne e Mokulu ai quali risponde alla grande Cragno. Dall’altro lato i tentativi di Bonazzoli e Di Francesco non sono da urlo: i rossoneri attaccano ma concretizzano poco. Il risultato del Biondi, sommato a quello degli altri campi, è pesantissimo; il rimpianto per la mancata vittoria, vedendo i risultati degli avversari diretti, è enorme.
Andrea Rapino
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