Calcio

L’Europa, la serie A e la musica: Alessio Luciani è il faro dell’Avezzano

28 Ottobre 2026

Campionato di Eccellenza. Il 36enne difensore tornato in biancoverde dopo oltre 17 anni di successi in giro per l’Italia: «Qui è casa mia e sono felice. Alla Lazio gli anni d’oro: che gioia il debutto in Europa League»

AVEZZANO. Avezzano è la sua casa. Il posto dove ha dato i primi calci al pallone, dove ha incontrato l’amore della sua vita, messo su famiglia e deciso di vivere con la moglie Michela e i figli Matilde e Samuele. «Mi sento avezzanese a tutti gli effetti», dice con orgoglio. Perché se è vero che è originario di Pescorocchiano, piccolo comune della provincia di Rieti situato nella valle del Salto, è la Marsica il centro di gravità di Alessio Luciani. Dalla scuola calcio dell’Avezzano fino all’esordio in serie A e in Europa League con la Lazio. Oltre 500 presenze nei professionisti, campionati vinti con Salernitana e Reggiana. Poi a 36 anni la voglia di chiudere un cerchio e di ridare qualcosa alla sua terra d’adozione. Oggi Luciani è capitano e difensore dell’Avezzano che sogna il ritorno in serie D. Ed è l’uomo decisivo nella rincorsa dei biancoverdi: due gol preziosi contro Chieti e Mosciano per portarsi a -1 dalla vetta.

Luciani, cosa rappresenta per lei Avezzano?

«Mi sento un cittadino avezzanese. Qui è nata una bella storia d’amore con Michela. E poi se sono esploso e arrivato a giocare 508 gare nei professionisti, lo devo ai primi passi mossi nella scuola calcio dell’Avezzano. Sono sempre grato ai miei allenatori Gabriele Fegatilli, Tonino Torti e Lorenzo De Foglio: loro mi hanno dato una mano per esplodere».

Dall’Avezzano il grande salto alle giovanili della Lazio: chi l’ha portata a Roma?

«In quegli anni ad Avezzano si facevano tanti provini. Io ne feci con Lodigiani, Lazio e Atalanta. Avevo quasi firmato con l’Atalanta, stavo per andare a Zingonia. I miei genitori hanno bloccato tutto perché non volevano che partissi e andassi così lontano. Così andai alla Lazio e i miei genitori con enorme sacrificio ogni giorno facevano 200 chilometri per accompagnarmi agli allenamenti».

Dai Giovanissimi della Lazio alla Primavera, fino al debutto in serie A il 4 ottobre del 2009 a Firenze con Ballardini in panchina. Ricorda quel giorno?

«Emozione indescrivibile. Ho ancora i brividi. Se chiudo gli occhi, sento la mano del team manager poggiata sulla spalla e lui che mi dice: “Forza ragazzo, è il tuo momento”. Ricordo ancora la voce del vice allenatore che mi diceva di marcare Jorgensen».

Se le dico 17 dicembre 2009 a cosa pensa?

«Al coronamento del sogno di una vita. L’esordio all’Olimpico in Europa League contro il Levski Sofia. Per me, tifoso della Lazio, il massimo che potessi desiderare. A fine partita mi tolsi la maglia e la regalai ai tifosi della curva Nord. In tribuna Monte Mario c’era tutta la mia famiglia che mi salutava durante l’inno dell’Europa League».

Dopo la Lazio, iniziano 16 lunghi anni in piazze importanti di serie C. A quali è legato di più?

«A tutte. A Lumezzane ho conosciuto il mio padre calcistico: Davide Nicola. Un grande educatore, un allenatore che mi ha indirizzato a diventare l’uomo che sono. A Taranto ho incontrato l’allenatore più esuberante e il meno considerato di tutta la C: Eziolino Capuano».

Lei ha alzato anche trofei.

«A Salerno ho vinto il campionato di C2, la Coppa Italia e la Supercoppa. Con la Reggiana siamo andati in B. Ad Arezzo sono entrato nella classifica dei giocatori con più presenze di tutta la storia amaranto. L’anno scorso ho chiuso il cerchio alla Cavese, entrando nel cuore della tifoseria».

Poi la chiamata dell’Avezzano.

«È stata una autentica scelta di vita. Dopo tanto girovagare, avevo già deciso di tornare a casa. Ho accetto la sfida di una società modello che si sta impegnando per riportare in alto l’Avezzano. Volevo ridare qualcosa a questa città perché è da qui che sono partito. Cerco di essere il più umile possibile e di essere un esempio per le nuove generazioni».

A 36 anni che emozioni sta vivendo?

«Emozioni incredibili che non pensavo di poter vivere a fine carriera. Dopo il gol al Chieti, mi sono commosso perché mi sono arrampicato alla rete, ho alzato gli occhi e ho visto in curva mia moglie e il mio migliore amico. Anche a Mosciano è successo qualcosa di straordinario. La mattina mio figlio mi dice di chiamare anche il nonno per andare a vedere la partita. Erano tutti allo stadio e segnare davanti alla mia famiglia è stato qualcosa di indescrivibile».

Ha già pensato a cosa farà quando smetterà di giocare?

«Sto già studiando per fare l’allenatore».

Fuori dal campo quali sono i suoi hobby?

«Suono la tromba e mi piace il bricolage. Il mio garage lo chiamo lo spazio dello spirito e del tempo: è un posto dove vado quando ho bisogno di stare da solo per creare e inventare».

Giammarco Giardini

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