Libertas Stanazzo, i detenuti in campo a caccia di riscatto

26 Ottobre 2018

L’allenatore Di Meco: «La disciplina è il primo obiettivo Ho 67 anni e da questa esperienza sto imparando tanto»

LANCIANO. Per la quinta stagione consecutiva ai nastri di partenza del campionato di serie D di calcio a 5 ci sarà la Libertas Stanazzo, la formazione dei detenuti del carcere di Lanciano. La squadra è stata affiliata alla Figc nella stagione 2014-2015, nell’ambito del progetto “Mettiamoci in gioco” promosso dall’istituto di detenzione di Villa Stanazzo. I reclusi, per ovvie ragioni, giocano sempre nel campo realizzato all’interno della casa circondariale. Tra i risultati maggiori degli anni scorsi ci sono le vittorie nella coppa disciplina e, per quanto riguarda l’aspetto più strettamente sportivo, la qualificazione ai play off nell’ultima stagione. Dal dicembre scorso l’allenatore della Libertas è Vittorio Di Meco, che domani comincia un nuovo campionato sulla panchina della squadra dei detenuti.
Di Meco, quando è iniziata questa “avventura”?
«Poco prima del Natale scorso, quando ha lasciato il precedente allenatore. Ero stato in carcere per la donazione del defibrillatore con la nostra associazione “Gli amici di Marcello”. Sono stato contattato dal responsabile del progetto Enrico Capitelli, che sapeva della mia esperienza di allenatore con i giovani. La cosa mi ha interessato perché con i ragazzi ho sempre badato più agli aspetti umani ed educativi che alle questioni più strettamente tecniche, e perciò mi è sembrato subito un ruolo che si sposava bene con la mia idea di allenatore».
Come è stato accolto?
«Da parte dai ragazzi forse c’è stato un attimo di diffidenza, ma è durato appena uno o due giorni: poi mi sono trovato sempre bene e mi sono sentito considerato un amico, ho avvertito dell’affetto intorno a me».
A Villa Stanazzo ha trovato quello che si aspettava?
«La mia conoscenza del carcere veniva dall’immaginario che deriva dalla letteratura e dal cinema. Ho trovato un’umanità diversa ma comunque un’umanità. È gente che non ha avuto istruzione, che ha fatto cose gravissime delle quali non ti capaciti, che ha avuto la sfortuna di nascere in un determinato posto o famiglia, ed è entrata in un circuito dal quale si rischia di uscire con i piedi davanti. Ma quando conosci questi ragazzi, ti trovi davanti a persone che sembrano tutt’altro rispetto alla fedina penale».
La considera un’esperienza positiva.
«Certo. E gradevolissima, che mi ha fatto crescere. A 67 anni può sembrare buffo dire che si cresce ancora, eppure è così: non si mette mai di imparare, e penso che sia stata una delle più belle esperienze della mia vita».
Dal punto di vista più strettamente sportivo, l’anno scorso avete sfiorato la promozione.
«Abbiamo perso l’ultima partita dei play off 11-10 per un gol all’ultimo minuto, affrontando le gare conclusive con la défaillance di alcuni tra i migliori: un ragazzo trasferito in un altro istituto, un altro ha giocato poco perché periodicamente doveva andare in Campania per il processo, uno si è infortunato. Ma nel complesso sono cresciuti in tutto, sia socialmente e individualmente, sia come gruppo: all’inizio alcuni si guardavano a malapena, come se fossero gruppi separati, alla fine invece erano un gruppo unico, e si vedeva da come si abbracciavano dopo un gol o da festeggiavano una vittoria».
Che riscontro c’è stato invece con le squadre avversarie?
«Quando si va in campo alla fine vogliono vincere tutti. Ma nonostante qualcosina dovuta all’agonismo, i rapporti con altre squadre sono stati sempre buoni, tanto che in alcune delle ultime partite dell’anno scorso, con Paglieta e Torino di Sangro, è stato organizzato il terzo tempo».
Obiettivo per quest’anno?
«Ricominciamo con una squadra rinnovata. Ho chiesto di puntare alla coppa disciplina, perché dipende unicamente dal nostro atteggiamento: mentre per vincere il campionato servono anche un po’ di fortuna e magari demeriti altrui, la coppa disciplina dipende solo dalla nostra volontà».
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