Calcio

Libri, inglese e pittura: Gori è l’artista del gol. «All’Aquila si può vincere»

21 Ottobre 2026

Il centrocampista rossoblù Mirko Gori (foto) ha collezionato oltre 200 presenze tra A e B. «A Frosinone gli anni più belli, Del Piero e De Rossi i miei idoli»

L’AQUILA. Mirko Gori, capitano dell’Aquila 1927, è da subito diventato un punto di riferimento per i compagni e per i tifosi rossoblù. Gioca nel cuore del centrocampo da sempre. Prima con la squadra del suo paese, Tecchiena, in Ciociaria, e poi nel Frosinone con cui ha fatto tutta la trafila ottenendo di tutto di più, dal settore giovanile sino alla serie A. Testa e cuore al servizio della squadra e oltre 300 presenze per lui nei professionisti, tra serie A, B e C. Ma Gori, nonostante la brillante carriera, è rimasto sempre il ragazzo umile e mai sul piedistallo che ha iniziato a giocare a calcio sin da bambino nelle strade del suo paese.

Come è nata la sua passione per il calcio?

«I primi calci ad un pallone li ho dati fuori casa mia, in strada. Non c’erano grandi cose da fare e con gli amici ci ritrovavamo sempre a giocare a calcio, quindi la passione è nata così, in un modo molto semplice e naturale».

Il suo soprannome è il cobra, da dove viene fuori?

«Me lo diede un compagno, Paganini, a Frosinone. Poi si è sparsa la voce ed è rimasto tale. È nato così, senza un vero motivo».

Chi è Mirko Gori fuori dal campo, quali sono le passioni e gli hobby del tempo libero?

«Mi piace molto leggere, fare passeggiate con il mio cane Bob quando torno a casa. Poi da poco ho sviluppato un’altra passione, quella della pittura, ho comprato tutta l’attrezzatura, le tele e il resto, vedremo cosa ne uscirà fuori. Cambio facilmente hobby, mi piace fare sempre nuove cose. Da quando sono qui all’Aquila, ad esempio, ho iniziato anche un corso di inglese».

L’ultimo libro che ha letto?

«Si chiama “La montagna sei tu”, è un libro che spinge a confrontarsi con le proprie paure e con gli schemi di autosabotaggio»

Il suo momento calcistico più bello e anche il più brutto?

«Il più bello è stato sicuramente quando abbiamo vinto il campionato con il Frosinone e siamo andati in serie A, la partita era Frosinone-Crotone. Il momento più brutto, invece, fu la finale play off persa contro lo Spezia in serie B».

Una sua qualità e un suo difetto?

«Di me posso dire che sono una persona molto generosa, però questo può essere anche un difetto».

Torniamo al Frosinone e alla grande cavalcata fatta, tutto è iniziato da lì.

«Ho iniziato nel settore giovanile del Frosinone perché prima avevo giocato nella squadra della mia città, Tecchiena, poi al Frosinone ho fatto praticamente tutto, tranne un anno con il Parma nella Primavera, prima di ritornare».

In quel percorso straordinario ricordiamo tutti grandi prestazioni contro squadre come Juventus e Milan.

«Sì, con la Juve facemmo una grande partita che finì 1-1 e quello fu il primo punto in serie A del Frosinone, poi pareggiamo anche 3-3 a San Siro contro il Milan».

Lei ha avuto tanti allenatori, per citarne alcuni Nesta, Grosso, Stellone, Longo, Marino, cosa le hanno lasciato?

«Di tutti ho un ottimo ricordo, sono molto legato con Stellone perché ho iniziato in Beretti con lui e con lui sono arrivato in serie A, ci legano i risultati e un bel rapporto ed è sempre bello sentirlo. Ho un bel rapporto anche con Longo che ho seguito ad Alessandria, stimo tutti ma cito pure Pasquale Marino che faceva giocare la squadra molto bene».

Il suo idolo calcistico?

«Sicuramente Daniele De Rossi ma mi piaceva molto anche Alessandro Del Piero, tanto è che mio fratello si chiama proprio Alessandro».

In famiglia ci sono altri calciatori?

«Mio fratello Alessandro ha giocato in serie C e poi per problemi fisici ha dovuto lasciare ed è sceso in categorie più basse, come Promozione ed Eccellenza».

Capitano del Desenzano nella scorsa stagione con la vittoria della D, quest’anno capitano rossoblù. Cosa ha spinto un giocatore del suo calibro che sta ancora benissimo fisicamente a scendere di categoria?

«Era tutto fatto con l’Albinoleffe, stavo per firmare quando mi è arrivata l’offerta del Desenzano e mi ha convinto il progetto, si puntava a vincere. Per quanto riguarda L’Aquila, anche in questo caso, mi è piaciuto il progetto, il discorso del modello, tutta la storia della società ricreata dalla tifoseria. Quando ho parlato con il mister e con il direttore ho avuto subito feeling, mi hanno fatto un’ottima impressione e poi la città mi piace molto, si vive bene».

Se non avesse giocato a calcio, cosa le sarebbe piaciuto fare?

«Non ci ho mai pensato perché a 14 anni già avevo il sogno di fare questo, però magari amando molto i cani probabilmente avrei scelto un mestiere legato agli animali».

Cosa vede nel futuro quando smetterà di giocare? Sempre il calcio?

«Ho studiato molto e ho preso il patentino da direttore sportivo, mi piacerebbe fare questo un domani».

Ha qualche rito scaramantico prima delle partite o qualche abitudine in particolare?

«Non credo alla scaramanzia e non sono mai stato legato a questo però ricordo, ad esempio, di un mio vecchio direttore che mi diceva di non mettere mai le scarpe viola».

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