Mammarella gode: «Dopo la coppa voglio lo scudetto»

Il portiere dell’Acquaesapone dal trionfo di Pesaro alle ambizioni tricolori: «Siamo la squadra da battere»
CHIETI. Le emozioni e i ricordi della finale di Pesaro rimbombano nella mente dei protagonisti. Un frastuono di soddisfazione mista ad ambizione. Sì, perché l’Acquaesapone non intende fermarsi alla coppa Italia, vinta domenica in finale contro la Luparense. L’obiettivo è il tricolore. Un concetto che Stefano Mammarella aveva evocato nei mesi scorsi, in tempi non sospetti. Il 34enne portiere teatino è il simbolo dell’Acquaesapone, un’icona per il movimento del calcio a 5. «Lo scudetto? Per forza di cose, ci puntiamo. Io lo sostengo da tempo. La squadra è forte e il mister è tra i più bravi in circolazione. Ci siamo anche noi per lo scudetto. Anzi, siamo la squadra da battere. Per riuscire a centrare l’obiettivo, però dobbiamo dare il 200%».
La strada è lunga - c’è anche la coppa della Divisione - , ma la conquista della coppa Italia è un avvertimento alla concorrenza. «Ho già vinto il trofeo tricolore con l’Acquaesapone quattro anni fa. Ma questo ha un sapore diverso, come se fosse la prima volta. Dopo l’operazione dell’estate scorsa e le sofferenze patite per i dolori alle ginocchia sono riuscito a fare quelle prestazione che mi mancavano. Diciamo che è stata la prima coppa della seconda carriera professionale».
Un Mammarella tornato su grandi livelli, attento alla dieta e più che mai reattivo tra i pali. Non a caso è stato premiato come miglior giocatore della finale. «La parata più bella? Non lo so, ma ne ho fatte sia in semifinale che in finale». Quelle ai rigori contro il Napoli, sabato sera, hanno caricato la squadra dopo che i partenopei avevano conquistato il pareggio. «Diciamo che sono stati interventi fondamentali», la spiegazione del portiere teatino. «Espindola (l’estremo difensore dei partenopei, ndr) è bravo a neutralizzare i rigori e i ragazzi erano un po’ timorosi. Il fatto di aver deviato il primo ha dato la carica ai miei compagni». Domenica sera sugli spalti c’era la famiglia, la moglie Manuela e i figli. «Il complimento più bello è stato di mia moglie, semplice ma sentito. “Sei riuscito a toglierti anche questa soddisfazione”. Lei sa quello che ho passato nei mesi scorsi, conosce i sacrifici che ci sono dietro certe vittorie». E poi l’orgoglio: «Mi ha fatto molti piacere sentirmi dire che sono tornato ad alti livelli».
Da un paio di mesi c’è lo spagnolo Tino Perez in panchina, al posto di Antonio Ricci. Che cosa vi ha dato? «Un gioco diverso. Si è chiuso un ciclo e se ne è aperto un altro. Il cambio ha dato una scossa alla squadra, così come quando Ricci è arrivato al posto di Fuentes e poi abbiamo vinto la la Winter Cup».
Sul piano del gioco? «Ora è un po’ più offensivo. Sfruttiamo meglio Lukaian e De Oliveira, al mister piace giocare palla a terra e a due tocchi».
Ora c’è la consapevolezza di poter ambire al massimo. «Vincere aiuta a vincere. E, soprattutto, aiuta a lavorare bene in palestra durante la settimana. E’ lì che si costruiscono i trionfi».
Infine Tino Perez, il tecnico. «Se avrei scommesso su questa Coppa? Io in questa squadra credo ciecamente», ha detto il coach spagnolo, «poi c’è un lavoro di equipe che funziona alla perfezione e una società incredibile alle nostre spalle, che ci dà sempre stimoli per dare il massimo e competere».
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