Mare, Pescara e sigarette: il ds D’Amico è l’uomo d’oro per il decollo della Roma

Dopo Verona e Atalanta il direttore sportivo pescarese passa in giallorosso. A Bergamo ha fatto plusvalenze per oltre 400 milioni di euro. Cresciuto in via Pian delle Mele, era un discreto centrocampista, esploso nella Curi e nel Delfino. Ha giocato con Grosso a Chieti e sono grandi amici
Nel mondo del calcio ora lo chiamano il “signor plusvalenza”. Nelle sue esperienze da direttore sportivo tra Verona e Atalanta ha fatto registrare numeri pazzeschi. Pratico, riservato e lontano dai riflettori. Il pescarese Tony D’Amico è sempre stato così: prima in campo, poi dietro una scrivania. Un uomo di sostanza, abituato a lavorare nell’ombra, ma mai a sottrarsi alle proprie responsabilità. Non ama parlare molto, preferisce lasciare che siano i risultati a raccontare il suo valore. Ha stoffa il 46enne direttore sportivo pescarese, da pochi giorni scelto dalla Roma per aprire un ciclo vincente insieme al suo amico allenatore Gian Piero Gasperini.
D’Amico è nato a Pescara, è cresciuto in via Pian delle Mele, a pochi passi dall’ospedale civile. Il mare della sua città è rimasto uno dei suoi grandi amori e appena può (ora di rado) fa un salto al lido “il Moro”, diventato il buen retiro di tanti suoi amici, come Fabio Grosso e Massimo Oddo. Pescarese puro sangue, ma la sua carriera calcistica prima e dirigenziale poi si è sviluppata soprattutto lontano dall’Abruzzo.
Calcisticamente muove i primi passi nella Renato Curi, prima di approdare al Pescara, dove disputa il campionato Allievi sotto la guida di Tuccella e successivamente la Primavera con Beppe Donatelli in panchina. La svolta arriva nel 1997, quando Bruno Pace lo porta a Chieti, in Serie C2. Non ha ancora compiuto 18 anni e viene inserito gradualmente in prima squadra come centrocampista. Ha carattere, determinazione e personalità. I mezzi tecnici non sono inizialmente il suo punto di forza, ma col tempo migliora fino a diventare un giocatore affidabile e completo.
A Chieti i tifosi lo punzecchiano per le sue origini pescaresi, ma lui risponde sul campo. Conquista la stima dello spogliatoio e rafforza il legame con Fabio Grosso, compagno di squadra e grande amico. Nel 2000-2001 festeggia la promozione in C1 sotto la guida di Morganti in panchina, prima di intraprendere una nuova avventura. Il direttore sportivo Piero Aggradi lo porta a Cava de’ Tirreni, dove rimane per cinque stagioni, diventando anche capitano della squadra. Con Sasà Campilongo si afferma come uno dei registi più apprezzati della C, perfettamente inserito nel 4-3-3 del tecnico. Seguono le esperienze a Foggia, Empoli, Gela, ancora Cava e infine Lecco. Il grande salto da calciatore arriva con l’Empoli in Serie B.
Panchina indigesta. Nel 2013, a 33 anni, decide di chiudere la carriera professionistica per dedicarsi a una nuova sfida. Nel frattempo ha costruito una famiglia e immagina un futuro da allenatore. Inizia come vice di Raffaele Novelli a Lamezia Terme, ma capisce presto che la sua strada è un’altra.
La nuova vita. Nel 2015 Fabio Pecchia, in quel momento vice di Benitez a Napoli, però aveva visto qualcosa. Parlò con Filippo Fusco, ai tempi dirigente dell’area tecnica del Bologna, e gli consigliò di dare una chance come scout a quell'ex centrocampista che cercava una strada. Preso e vita cambiata: diventò osservatore, poi direttore sportivo. Nel 2016 Fusco va Verona e lo vuole prima osservatore e poi responsabile dell’area scouting. Due anni più tardi viene promosso direttore sportivo e una delle sue prime intuizioni è proprio Fabio Grosso sulla panchina scaligera. Anche da dirigente mantiene il suo stile: presenza costante, profilo basso e lavoro quotidiano. A Verona lascia il segno individuando talenti come Amir Rrahmani, Mattia Zaccagni, Marash Kumbulla e Sofyan Amrabat, operazioni che generano importanti plusvalenze e contribuiscono alla crescita del club. Nel 2022 arriva la consacrazione all’Atalanta, che lo sceglie per raccogliere l’eredità di Giovanni Sartori, uno dei dirigenti più stimati del calcio italiano. Una sfida complessa che D’Amico affronta con competenza e visione.
Mister plusvalenza. A Bergamo costruisce una squadra capace di coniugare sostenibilità economica e competitività ad altissimo livello, vincendo anche l’Europa League nel 2024 con Gasperini in panchina. Tra le operazioni più significative figurano gli acquisti di Rasmus Hojlund, Ademola Lookman, Ederson, Isak Hien, Charles De Ketelaere, Mateo Retegui e Lazar Samardzic. Giocatori che hanno contribuito ai successi della squadra e accresciuto il valore del patrimonio tecnico del club.
I numeri raccontano meglio di qualsiasi definizione il suo lavoro. Le plusvalenze generate durante la sua gestione superano complessivamente i 400 milioni di euro, confermando D’Amico tra i dirigenti più capaci e innovativi del panorama calcistico italiano.
Tony Capitale. Il lavoro svolto a Bergamo non passa inosservato. Dopo le voci sul Milan, qualche settimana fa è arrivata la chiamata della Roma, che lo sceglie come nuovo direttore sportivo per inaugurare un nuovo corso tecnico e societario. Per D’Amico si tratta della sfida più prestigiosa della carriera: una piazza esigente, passionale e ambiziosa, che affida al dirigente abruzzese il compito di costruire una squadra in grado di competere stabilmente ai massimi livelli del calcio italiano ed europeo. A Roma ritrova Gian Piero Gasperini dopo gli anni condivisi all’Atalanta e portando nella Capitale il suo metodo fatto di competenza, programmazione e sostenibilità.
Vizi e virtù. Dietro i successi, però, c’è anche una componente umana. D’Amico vive il mercato con intensità assoluta. Ha raccontato che ogni anno, alla chiusura delle trattative, il suo corpo presenta il conto: «Mi viene la febbre a 40». Una reazione alla tensione accumulata dopo mesi di trattative, telefonate e decisioni. Chi lo conosce lo descrive come una persona schiva ma profondamente appassionata. I suoi modelli calcistici spiegano molto del suo modo di vedere il gioco: il primo è Leo Junior (ammirato dal vivo da bambino ai tempi del Pescara in A con Galeone) e Paulo Sousa. Due centrocampisti intelligenti, organizzatori e interpreti raffinati del calcio.
C’è poi un’abitudine che lui stesso non ha mai nascosto: il fumo. Durante le sessioni di mercato, ha ammesso di arrivare anche a due pacchetti di sigarette al giorno. Un dettaglio che racconta, forse meglio di ogni altro, quanto viva il proprio lavoro senza risparmiarsi.
Oggi Tony D’Amico rappresenta una delle figure dirigenziali più apprezzate del calcio italiano. Dai campi polverosi della Serie C alla scrivania di uno dei club più prestigiosi della serie A, il suo percorso è la dimostrazione che competenza, pazienza e lavoro quotidiano possono portare molto lontano. Senza proclami, senza clamore, ma con una straordinaria capacità di lasciare il segno.
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