Marotta: «Il mio addio deciso solo dalla società»

L’amministratore delegato è sul mercato: prossima stagione in un’altra squadra Scelta interna per la successione, maggiori poteri al duo Paratici-Nedved
TORINO. Nel mondo Juve fa rumore l’addio dell’amministratore delegato Beppe Marotta, tanto da far passare quasi in secondo piano la vittoria sul Napoli e la vigilia della gara di Champions. Un addio dove un «motivo scatenante non c’è», ma è comunque «doloroso», soprattutto perché «voluto dalla società» dopo otto anni di vittorie sul campo e non solo. I bianconeri che fanno il vuoto in campionato, e che domani affrontano lo Young Boys in Champions, salutano dunque il “Pallone d’oro” dei dirigenti sportivi, lasciando i tifosi a interrogarsi sul futuro. «Ho fatto crescere tanti dirigenti, credo e spero possano essere il domani», afferma lo stesso Marotta, aprendo così alla successione interna. In pole position Fabio Paratici, una sua creatura, e Pavel Nedved, attuale vicepresidente vicinissimo al presidente Andrea Agnelli. Ma i rumors sono anche altri. Non è da scartare la possibilità che smetta la tuta rossa della Ferrari e si vesti di bianconero Maurizio Arrivabene. L’attuale team principal della Scuderia di Maranello è da sempre molto vicino alla famiglia Agnelli e in passato ha fatto parte del consiglio di amministrazione del club. Trovano invece poche conferme il possibile arrivo di un manager esterno, come Giovanni Carnevali del Sassuolo (da sempre un uomo di Marotta) o Michele Uva attuale dg della Figc e vicepresidente Uefa. Da scartare anche l’ipotesi Zinedine Zidane.
Il nome del nuovo amministratore delegato della Juve andrà individuato nella lista dei consiglieri, che verrà resa nota oggi e nella quale non comparirà Marotta, come da lui annunciato dopo la bella vittoria contro il Napoli di Ancelotti. Guai però a dirgli che la Juve lo ha mandato via. «Mandar via è un termine troppo forte», sostiene Marotta, «sono un uomo d’azienda e sposo questa linea. Mi adeguo a quelle che sono le loro idee e le loro direttive, per amore sia delle persone che della stessa Juve, certo di avere dato in questi anni il 100%». Sette scudetti consecutivi e due finali Champions, anche se perse, sono il biglietto da visita di un manager arrivato quando il club, tra Calciopoli, serie B e qualche scelta sbagliata, non vinceva quasi da dieci anni. «Ho vissuto tante emozioni», sottolinea Marotta, «e sono state tutte belle». In cima il primo scudetto, quello con Conte in panchina, «perché eravamo giovani e neofiti». E perché la vittoria era «imprevista», ma «con il lavoro e la dedizione siamo riusciti a colmare il gap con le avversarie». «Credo anche di aver accompagnato il presidente Agnelli nella crescita. Lui oggi è grato di essere protagonista dello sport, nazionale e internazionale. Queste sono le pagine belle, indimenticabili», afferma, il tono pacato e le parole misurate anche ora che la delusione è inevitabile. «Ho trascorso quarant’anni consecutivi ininterrottamente in società ed è la prima volta che mi fermo durante il campionato. Forse ho bisogno di ricaricarmi...», prosegue. Il tempo di andare in pensione, però, è ancora lontano. «Smentisco la mia candidatura alla Federcalcio, perché non è una mia scelta», ribadisce, «ma non escludo di accasarmi in un altro grande club». Difficile vederlo con un altro club già in questa stagione, anche se Napoli e Roma sembrano avere fatto un sondaggio. «Mi piacerebbe», ammette, «essere ai nastri di partenza della stagione 2019-2020 al timone di un’altra squadra».
In mezzo la finale di Champions, il prossimo primo giugno, quella che fino a ieri sperava di tornare a raggiungere con la Juve. «Sarei orgoglioso», ammette, «di esserci».
E la squadra è proiettata in clima Champions. Domani alle 18.55 i bianconeri se la vedranno all’Allianz Stadium contro gli svizzeri dello Young Boys e ieri mattina sono tornati ad allenarsi. In coppa non ci sarà lo squalificato Ronaldo, cui la società ha concesso due giorni di riposo, mentre potrebbe rientrare tra i convocati Khedira.
La sfida sarà arbitrata dal russo Sergei Karasev.

