Mattioli: c’è poca fame, il pugilato è sacrificio

12 Luglio 2019

«I miei trionfi in mostra a Ripa Teatina: un’emozione unica»

RIPA TEATINA. La sua casa di ringhiera, in centro storico a Milano, è una sorta di museo. Tra foto, cimeli, trofei e documenti, ogni stanza è pronta a raccontare un frammento di carriera. Con relativi aneddoti. Una storia della quale Rocky Mattioli va ovviamente fiero, filo conduttore delle serate trascorse con gli amici che gli fanno visita. Immagini e sensazioni in parte riproposte, a Ripa Teatina, in uno spazio all’interno dell’antico convento francescano inaugurato giorni fa in occasione del Festival Rocky Marciano. «Nel visitarlo mi sono emozionato. Considerare come diversi turisti, in uno splendido paese situato tra mare e montagna, abbiano magari modo di ripercorrere la mia carriera mi rende davvero felice. Così come penso spesso al momento in cui tornerò a Ripa per trascorrere gli ultimi anni della mia vita». Tornando alle origini di quel ragazzino che a sei anni emigra in Australia con la famiglia. Tempi difficili, la gente non è cordiale con gli emigranti e il piccolo Rocky impara, intanto, ad incassare mandando giù tante mortificazioni.
Ma lui è schivo, tenace, forte e anche un po’ spavaldo. «Subito in palestra a tirar pugni. E anche a tirare dritto per la mia strada attraverso una boxe, fatta di potenza e aggressività, che piacque subito. Nonostante parlassi poco e, come mi facevano spesso notare, non alzavo mai la testa. Però vincevo, e i miei pugni facevano male». Fino ad arrivare, giovanissimo, alla conquista del titolo australiano dei welter grazie ad una furia demolitrice che non sfugge all’occhio esperto di Umberto e Giovanni Branchini i quali lo convincono a tornare in Italia. «A loro devo tanto. Mi hanno sempre trattato come uno di famiglia assicurandomi che, se avessi lavorato con impegno, in due anni sarei diventato campione del mondo. Ed è andata proprio così». La data, il 6 agosto 1977, il ring, quello di Berlino, l’avversario il tedesco Eckhard Dagge, detentore del titolo iridato dei superwelter e più che mai sicuro di sbarazzarsi senza problemi dello sfidante. «Non aveva fatto i conti con la mia enorme voglia di vincere», continua Mattioli, che ricorda tutti i suoi incontri in maniera dettagliata. «Presi via via il comando dell’incontro per poi sferrare, alla quinta ripresa, un micidiale uno-due al volto. Dagge finì al tappeto, io stringevo tra le mani la corona di campione del mondo. Una emozione pari solo a quella provata, nei giorni successivi, in occasione del ritorno, dopo tanti anni, a Ripa Teatina». Fu la festa travolgente in un intero paese, vissuto nel mito di Rocky Marciano, che aveva trovato un nuovo idolo. «Mi trovavo su un’auto scoperta. Lungo il tragitto e sui balconi era assiepata una multitudine di persone in un autentico delirio che mi commosse. Lo racconto per l’ennesima volta ed avverto i brividi di sempre».
La vittoriosa difesa del titolo, a Melbourne, contro il bahamense Elisha Obed e, nel maggio del 1978, altro bagno di folla abruzzese allo stadio Adriatico di Pescara per l’incontro contro lo spagnolo Josè Duran che finisce ko alla quinta ripresa. Un rullo compressore, insomma.
Anni indimenticabili, poi la perdita del titolo nella sfida contro il britannico Maurice Hope, con Mattioli che combatte nonostante una frattura al braccio destro, finisce male anche la rivincita con lo stesso Hope. «Tanti problemi messi assieme. Avevo avuto tutto dalla vita, sul ring e fuori. E con serenità ritenni quasi normale che le cose potessero prendere una piega diversa. Disputai e vinsi gli ultimi cinque incontri della carriera negli Stati Uniti ma avevo comunque capito che era giunto il momento di dire basta».
Oggi Rocky Mattioli lavora come istruttore in una nota palestra milanese con il pugilato a rappresentare sempre un’autentica ragione di vita. «Ho modo di preparare giovani avviati all’agonismo. Alcuni sono anche in possesso di una buona tecnica, ma noto, purtroppo, scarso spirito di sacrificio e poca voglia di soffrire. Così non si va da nessuna parte. Il benessere fa male». Si accendono ancora, simpaticamente, gli “occhi della tigre” su un fisico tonico e asciutto. «Mi alleno tutti i giorni, ci mancherebbe altro».
Giuseppe Rendine
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