Modica, l’ultimo degli zemaniani: il calcio del boemo è sempre attuale

TERAMO. Ammesso che un giorno ci sia l’estinzione degli zemaniani nel mondo del calcio, rimarrà solo lui, Giacomo Modica, 55 anni, da Mazara del Vallo, oggi allenatore della Vibonese, in serie C, che...
TERAMO. Ammesso che un giorno ci sia l’estinzione degli zemaniani nel mondo del calcio, rimarrà solo lui, Giacomo Modica, 55 anni, da Mazara del Vallo, oggi allenatore della Vibonese, in serie C, che domenica affronterà il Teramo. Zemaniano fino al midollo osseo: del boemo è stato giocatore prima e collaboratore poi. Nel frattempo si è messo in proprio. Le sue squadre praticano il 4-3-3 vero, mica quello che viene spacciato nel calcio di oggi. «Diciamo che c’è un 5-3-2 diffuso», scherza il tecnico della Vibonese che domenica ha vinto 7-2 a Lentini, un punteggio che rende l’idea della mentalità con cui fa calcio. E che il Teramo dovrà fronteggiare. In classifica, nel girone C, hanno gli stessi punti, ma la Vibonese è costata molto meno di quella di Franco Iachini.
Modica, l’ultimo degli zemaniani?
«Sono orgoglioso e fiero di essere considerato un figlioccio di Zeman».
Che cosa significa essere zemaniani?
«Tutto nasce dalla disciplina e dalla qualità della metodologia del lavoro. Servono idee, spirito di sacrificio e qualità».
Il calcio zemaniano è ancora moderno?
«Certo che sì, anzi considero un sacrilegio che il mister non stia allenando».
Ha 72 anni.
«Ma è giovane nelle idee e nello spirito. E, soprattutto, ha voglia. È motivato».
Lei è conosciuto in Abruzzo anche per aver lavorato quattro anni a Celano, dal 2007 al 2011.
«In Seconda divisione. Stagioni ricche di soddisfazioni. In quegli anni abbiamo lanciato gente come Dionisi, Barraco, Negro, De Maio e Zanon. Ancora oggi quel gruppo è legato con una chat. Ambiente eccezionale, si è lavorato bene. Ricordo con piacere la famiglia Piccone, passione, competenza, umanità e serietà. Ecco, forse, l’ambiente ovattato non ha contribuito a dare il giusto risalto a quello che abbiamo fatto».
Poi una parentesi all’Aquila nel 2016.
«Due partite e mezza, la considera una parentesi? No, lasciamo perdere. Diciamo che è stato un matrimonio mai consumato. C’erano tanti problemi, non spetta a me ricordarli».
Nell’estate del 2018, invece, è stato sul punto di accettare l’offerta del Teramo?
«C’è stato un contatto. Ho parlato con il presidente (Luciano Campitelli, ndr) e i due direttori. Ma io ero ancora legato al Messina. Poi, quando è venuto meno il rapporto, il Teramo aveva già scelto».
Ed è andato alla Cavese.
«Un’annata da ricordare. 22 ragazzi presi dalla serie D e dall’Eccellenza valorizzati da prestazioni e risultati come meglio non si poteva».
A Vibo Valentia la stessa musica.
«Qui c’è un ambiente tipo quello di Celano, emergono i valori umani. Dopo aver perso 6-2 a Francavilla Fontana il presidente è venuto nello spogliatoio a incitarci: “Ci rifaremo domenica”. E la partita successiva abbiamo vinto 5-0 con il Catania».
Facendo esonerare Andrea Camplone...
«Mi dispiace per Andrea, perché è bravo. Purtroppo è il calcio...».
Si parlava di Vibo.
«Ci sono persone competenti, i direttori Beccaria e Loschiavo, un presidente che è un patriarca della saggezza e un gruppo che mi segue».
Domenica Vibonese-Teramo.
«Non c’è paragone».
In che senso?
«Loro hanno qualità tecniche eccezionali e un allenatore che fino all’anno scorso era a Palermo, in B».
Quindi?
«Se li facciamo palleggiare siamo finiti. Dovremo essere aggressivi e incisivi».
Come piace a Zeman
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