Papà Sottil: Scooby e grinta, ecco il mio Riccardo

Andrea (allenatore) racconta il figlio: «Gli davano del raccomandato, ma la sua tenacia ha vinto su tutto»
PESCARA. Di padre in figlio. Con la stessa passione e la stessa voglia di lasciare il segno. Andrea Sottil, 45 anni, allenatore ed ex difensore di Atalanta, Torino, Genoa, Udinese e Fiorentina, apre l’album dei ricordi e racconta al Centro il suo Riccardo, attaccante del Pescara e uomo copertina della squadra di Pillon.
Andrea Sottil, come nasce il Riccardo calciatore?
«Ha avuto la possibilità di crescere in alcuni settori giovanili molto importanti, come Torino, Juventus e Fiorentina, e, soprattutto, con allenatori bravi a svezzarlo, come Guidi e Cioffi, prima, ed Emiliano Bigica nella Fiorentina Primavera nell’ultimo anno prima di passare in prima squadra».
La dote migliore?
«La spensieratezza nelle giocate e l’essere un perfezionista. Riccardo è sempre stato competitivo in tutto ciò che ha fatto. Ha preso tutti i brevetti di nuoto, ha imparato a sciare da autodidatta e non si è mai tirato indietro in ogni situazione in cui serviva mettersi in competizione».
Da papà allenatore qualche consiglio è arrivato?
«Gli dico sempre che deve osare. Mai avere paura».
E lui?
«Mi risponde sempre: “Certo papà, io punto sempre l’uomo e vado in porta”. Riccardo è così».
Quando ha capito che in casa era nata una stella?
«Da bambino era sempre a vedere le mie partite e mi diceva che da grande avrebbe fatto il calciatore. Ero alla Reggina, lui aveva 5 anni, ricordo che all’epoca avevamo un cane, uno shih tzu, si chiamava Scooby, metteva le mie maglie al cane e faceva con lui gli uno contro uno. Scherzi a parte, quando è passato agli Allievi della Fiorentina ho capito che avrebbe fatto il calciatore. Ma per lui non è stato semplice...».
Perché?
«Il cognome Sottil gli ha creato qualche problema. In tanti gli dicevano che era un raccomandato dal papà, ma alla fine ha dimostrato di avere stoffa e di poter andare avanti perchè è bravo. È stato furbo nel farsi scivolare tutto addosso. Io non ero così, anzi, somatizzavo quello che mi capitava in campo e fuori».
A chi assomiglia?
«Alcuni lo hanno paragonato, con le dovute proporzioni, ad Eden Hazard (esterno d’attacco del Chelsea, ndr). A me, invece, fa pensare a Diego Perotti della Roma. Le movenze sono simili, anche se deve migliorare tanto nell’attacco della porta. Deve essere più determinato nel calciare la palla».
Fiorentina in A e ora Pescara. Contento della scelta?
«Azzeccatissima direi. Quando il suo agente mi ha parlato del Pescara, ho detto a Riccardo di non pensarci due volte e di firmare subito. Quella biancazzurra è la miglior società per la crescita di un giovane. Aveva bisogno di autostima che solo il campo poteva dargli ed è stato ripagato dal lavoro fatto con Pillon».
Prossimo anno ancora in biancazzurro?
«Dipenderà dalla Fiorentina e dalle scelte di Montella. Però, piuttosto che fare panchina in un grande club di A, è meglio giocare altrove. A me piacerebbe che completasse il suo processo di crescita giocando una stagione intera a Pescara».
Il Delfino può puntare alla serie A?
«Ho visto il Pescara diverse volte, può piazzarsi bene nei play off e può vincere gli spareggi. C’è una squadra forte, Pillon è un tecnico molto esperto e pratico, c’è una tifoseria passionale e una società presente. C’è tutto per puntare alla serie A. Con il rientro degli infortunati, come Campagnaro, Brugman, Kanoutè, il Delfino avrà ulteriori carte da giocare. Questa squadra può arrivare fino in fondo perché non è stata costruita per vincere e questa cosa consente di giocare senza pensieri. Io ci credo». (l.d.m.)
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