Quando era bello anche perdere 6 a 2

7 Febbraio 2017

di ANTONIO DE LEONARDIS È successo qualcosa di incredibile all'Adriatico: il Pescara, neopromosso in serie A, ha perso 6 a 2 contro una delle squadre più blasonate del campionato, uno degli...

di ANTONIO DE LEONARDIS

È successo qualcosa di incredibile all'Adriatico: il Pescara, neopromosso in serie A, ha perso 6 a 2 contro una delle squadre più blasonate del campionato, uno degli avversari ha segnato addirittura quattro gol eppure, al fischio finale dell'arbitro è stato quasi un trionfo per i biancazzurri, chiamati sotto la curva con gli oltre 20mila tifosi presenti allo stadio ad applaudire, quasi pazzi di gioia. Tutto vero, solo che è una storia di quasi trent'anni fa. Il Pescara era quello di Galeone, dall'altra parte la Juventus, che non era quella stellare di oggi (aveva appena due punti in più della squadra pescarese) ma che schierava comunque campioni come Tacconi, Cabrini e Laudrup e che soltanto due anni prima aveva vinto il suo ultimo scudetto con Trapattoni in panchina. Era il 20 gennaio del 1988, gara di ritorno di Coppa Italia dopo la sconfitta per 1 a 0 a Torino.

Un match spettacolare con le occasioni da gol che fioccavano da una parte e dall'altra e Ian Rush, fino a quel momento una specie di oggetto misterioso dei bianconeri (aveva segnato solo 2 gol e proprio con il Pescara) autentico mattatore, autore del poker che aveva mandato in tilt il malcapitato Benini e l'intera retroguardia pescarese.

A guidare la truppa di Galeone in mezzo al campo c'era un giocatore stagionato, Leo Junior che, nonostante i suoi 33 anni (uno in più del Muntari di oggi) distribuiva classe ed esperienza ai suoi più giovani compagni. Due settimane dopo le due squadre si sarebbero ritrovate di nuovo di fronte all'Adriatico e proprio Leo assieme a Pagano mise in ginocchio la Vecchia Signora per una festa ancor più bella.

Altra storia, appunto, altro calcio, un momento irripetibile per il calcio pescarese e non solo perché quella resta l'unica stagione in cui i biancoazzurri conquistarono la salvezza in A. Trent'anni dopo c'è spazio solo per illusioni e veleni, con un'altalena snervante che trasforma sistematicamente le attese - pure giustificate- in rabbia. Il campionato del Pescara di oggi è sotto gli occhi di tutti ed è quasi la fotocopia (se possibile in peggio) di quello di quattro anni fa. E la squadra - come del resto tante altre del panorama nazionale- se non arrivano facoltosi cinesi, arabi o americani, non c'entra proprio nulla con la massima serie. E in questo contesto il famoso progetto, del quale anche da queste parti ci si riempie troppe volte la bocca, può essere uno solo: tenere i conti a posto, mettere su uno staff tecnico affidabile e di spessore, potenziare le strutture e il settore giovanile, tenendo il più possibile alla larga la pletora di famelici procuratori che da anni ormai infestano l'ambiente.

L'autocritica del presidente e di chi gli sta vicino deve partire dall'esame di queste considerazioni che certo vanno al di là della disfatta tecnica sancita dal campo.

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