Romero sbatte la porta in faccia all’Olanda

Tutti si aspettano Robben e Messi e la sfida la decide il portiere
INVIATO A SAN PAOLO. Leo Messi contro Arjen Robben. Argentina contro Olanda. E sugli spalti anche un po’ di Brasile. Se poi ci mettete anche la pioggia che ha trasformato il Mondiale del caldo afoso in una notte di pioggia come se ne vedono solo nel Nord Europa capirete perché ci sono voluti ben 120 minuti e i calci di rigore per decidere il nome della seconda finalista e perché l’Albiceleste la dovuto lottare anche contro gli astri per tonare là dove mancava da 24 anni, dal Mondiale italiano del 1990.
In finale e proprio contro la Germania. La notte delle lacrime di Diego Armando Maradona e degli insulti al pubblico dell’Olimpico che lo fischiava, perché si aspettava l’Italia al suo posto.
Chissà cosa farà domenica il Maracanà orfano della Seleçao, se Leo Messi riuscirà finalmente a essere anche profeta in patria, dopo anni di vittorie con la maglia del Barcellona.
La cornice. Quaranta mila argentini, il resto per l’Olanda. «Io tengo per loro perché non ho più nessuno per cui tifare. E anche perché così abbiamo ancora la possibilità di uscire con a testa alta battendo l’Argentina»: la maglia di Ayrton de Souza e Silva, 60 anni e un nipote al fianco è bianca.
Quella del suo Brasile è rimasta nel cassetto, riposta senza neppure troppa cura dopo la delusione del giorno prima. Lavora in un albergo della città, i soldi sono pochi ma la passione per il calcio è tanta, per questo aveva acquistato i biglietti della semifinale a San Paolo, ma non ce l’ha fatta a restare neutrale.
Ha incassato la seconda delusione nel giro di un giorno, come Lilia Viana che fa l’infermiera e di colpo – potere delle rivalità trasversali – si era scoperta con una passione arancione nel cuore: «Amo il calcio olandese, in particolare Robben».
Sugli spalti ha fatto il tifo è per l’Olanda come gli altri brasiliani che sono stati sgamati nel giro di pochi minuti dai gauchos, pronti a rispondere in coro: “Siete, siete, siete», che in spagnolo significa sette, il numero delle dita alzate verso lo spicchio avversario, dove gli olandesi, qualche migliaio, per un momento è sembrato disorientato.
La pulce. Non come il faro dell’Argentina che si è acceso a intermittenza, ma non ha mai mollato. Il ct argentino Alejandro Sabella non l’ha aiutato troppo inserendo Enzo Perez nel ruolo di Di Maria. Messi con Palacio in campo è andato un po’ meglio, ma alla fine è stata tutta una guerra di nervi, nella quale il divino non si è tirato indietro.
Da capitano, dopo il sorteggio si è preoccupato di incoraggiare il portiere Romero – vero eroe della serata – prima di realizzare il primo penalty argentino. Poi delle urla clamorose a ogni parata del compagno, ad ogni rete argentina, fino al giro di campo per la gioia dei tifosi. Quasi in lacrime. Messi a 27 anni potrà cercare di vincere il suo primo Mondiale. Diego Armando Maradona arrivò a coronare il sogno un anno prima, in Messico, con la “mano de Dios” e un torneo da assoluto protagonista. Leo finora è stato quasi un gregario di lusso, ma le notti magiche sono la sua specialità.
Osservato speciale. Dall’altra parte Robben chiuderà la sua carriera senza la Coppa tra le mani: ci riproverà tra quattro anni, l’Olanda negli ultimi due Mondiali è sempre arrivata tra le prime quattro, ma la qualità dei giovani non è entusiasmante se l’asse portate è composto sempre da Van Persie, Sneijder, Kuyt e proprio Robben. Che stavolta non è riuscito a fare le differenza: ha impiegato il primo quarto d’ora per capire che era meglio partire alla destra del fronte d’attacco, con Rojo di fronte, ma poi le fiammate migliori le ha prodotte a sinistra, sfruttando la mobilità di Van Persie, dalla parte di Zabaleta, superato un paio di volte per arrivare alla conclusione, o al tiro-cross teso, in area: poca roba in una partita che dopo 90 minuti era sul 3-1, per quanto riguarda i palloni nello specchio della porta. Una partita da lotteria dei rigori, dove è uscito il jolly Romero, portiere-meterora con la Sampdoria.
@pioleotto
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