Rosa tricolore su strada il riscatto dell’emigrante

6 Luglio 2020

Da San Vito Chietino a Mariano Comense: operaia e star del ciclismo

SAN VITO CHIETINO. Una storia d’altri tempi, fatta di sacrifici e orgoglio. Appartenente agli anni Sessanta quando l’emancipazione femminile era ancora una conquista da centrare e dal meridione si saliva al nord a caccia di un impiego in fabbrica.
È la storia di Rosa D’Angelo, oggi vispa 84enne residente a Erba, in provincia di Como. Ma abruzzese doc. Di San Vito Chietino, zona Marina. Lì torna ogni estate a trovare parenti e amici. Vive sola ad Erba, il marito è morto. E nel mondo dello sport ha scritto una pagina di storia grazie al ciclismo e al titolo italiano su strada, nel 1967. La prima abruzzese a conquistare il tricolore sulle due ruote.
Il viaggio della speranza. Non è solo una storia di sport. La vita di Rosa D’Angelo racconta uno spaccato dell’Italia del Dopoguerra. Di una ragazza che lascia l’azienda agricola del padre e l’Abruzzo e, insieme al marito, Luigi Cupido, va al nord per trovare lavoro. Va a Mariano Comense, in provincia di Como, dove il consorte è impegnato nella fornace e lei in un’azienda che lavora il legno, a Seregno distante circa sei chilometri. A quei tempi la macchina è per pochi, specialmente se operai. Si muove in bici ogni giorno. E in un mattino d’estate del 1964 la vede il postino del paese che ne apprezza le capacità di pedalare, invitandola a provare con il ciclismo visto che proprio di lì a poco si sarebbero svolti i campionati italiani femminili. Nel 1962 la federazione aveva aperto al tesseramento delle donne. «Ero scettica», ricorda a distanza di anni, «anche perché la mia era una bici scassata e io non avevo alcuna dimestichezza con lo sport. Però, mi feci lusingare, perché in paese c’era la Marianese, una società ciclistica che, poi mi corteggiò, proprio su suggerimento del postino. I campionati italiani erano all’orizzonte, roba di una ventina di giorni. Mi furono richiesti dei documenti per il tesseramento. Che doveva produrre il Comune di San Vito Chietino. E così chiamai mio padre a casa. Lui era consigliere comunale in paese e riuscì in poco tempo ad avere il necessario da consegnare alla società. Si correva la domenica e il venerdì sera andai a chiedere se potevo correre. Niente, non era arrivato l’ok. Mi misi l’anima in pace. Il giorno successivo, però, mi richiamarono: tesseramento ok». E così Rosa D’Angelo è ai nastri di partenza con una bici prestatagli dai dirigenti della società. «Quel giorno arrivai 15ª al traguardo, era la prima corsa. Andavo in salita con il rapporto della discesa. Ero una forza della natura, ma indisciplinata. Grezza. Di allenamenti pochi, perché lavoravo. E solo di sera potevo andare in bici con una luce sopra la testa per farmi vedere dagli automobilisti. Ma andavo forte e chi mi vedeva all’opera era entusiasta». Sta di fatto che quel giorno di luglio 1964 quella donna con la faccia da ragazzaccio capisce che il ciclismo le piace e vuole continuare a pedalare. Adora Bartali. Corre, fa diverse gare, nonostante gli impegni di lavoro.
Quel giorno. Nel 1967 l’apoteosi. Il campionato italiano vinto sulle strade di casa, a Mariano Comense. Era il 16 luglio, una domenica accaldata. Tutti staccati al penultimo giro di un circuito per complessivi 67 chilometri, una forza devastante questa Rosa a cui arrivano anche i complimenti del presidente della federazione, Adriano Rodoni. Seconda Morena Tartagni, a circa 45 secondi, poi vincitrice nell’inseguimento su pista al velodromo di Lanciano. «Per farmi correre fecero una petizione», racconta oggi Rosa D’Angelo, «la Fci, infatti, tesserava le donne fino a 30 anni. Al contrario di quanto accadeva all’estero, dove era libero. Senza vincoli di età. Io avevo 31 anni e mi sono presentata ai nastri di partenza grazie a quella storica apertura». Festa grande in contrada Sciutico di San Vito Chietino dove viveva il papà Giovanni e la famiglia. E dire che quel giorno doveva sostenere la capitana della squadra Maria Cressari, una mamma-barista di Brescia. E l’allungo serviva proprio per sgranare il gruppo e poi favorire il ritorno della Cressari. «Conoscevo il percorso a memoria. Ma quando sono partita non sapevo», disse, giustificandosi, dopo l’arrivo, «che fosse l’ultimo giro; credevo ne mancassero tre all’arrivo». Tra i premi anche una sontuosa camera da letto. E poi quella maglia bianca indossata con il tricolore sul petto, roba da togliere il fiato per iòl supo candore.
Altri due anni e poi la bici viene attaccata al chiodo. Smette con l’attività agonistica. «Non mi potevo allenare come volevo, perché nel frattempo cambiai lavoro. Mi spostai da Mariano Comense a Erba, a 20 km di distanza, insieme a mio marito. Lavoravo in un’azienda tessile che non mi concedeva tempo per allenarmi. Odiavo essere compatita in gara. Sentivo di non poter sfruttare tutto il mio potenziale e così lasciai perdere».
Il ciclismo di oggi? No, grazie. Ogni tanto in allenamento incrociava Felice Gimondi. «Ho sempre seguito il ciclismo. Ho avuto tre idoli: Bartali, Gimondi e Saronni». E poi? «Il ciclismo è morto, sepolto dal doping. Negli ultimi anni ha perso di interesse e fascino. Le due ruote sono sacrificio e resistenza. Leggo di certe medie orarie che mi fanno venire i brividi e mi chiedo: come fanno ad andare così forte?».
Già, come fanno? «Facile immaginare. Io dico che non ho mai preso niente e oggi sono come 50 anni fa. Secca e agile. Mica bombata come gente che conosco io!».
Ritorno alle origini. E l’Abruzzo? «Orgogliosa e felice di essere abruzzese», ribatte in un misto tra accento lombardo e frentano, «la mia terra ce l’ho nel cuore. Sa l’Hotel Giardino? Poco sopra abitava mio marito e lì vicino sono nata io. Altri tempi». Che non dimentica, perché ogni anno scende giù. «Sarà così anche quest’anno, in estate. Prendo la macchina e vengo».
Lei prende la macchina? «Certo guido io. Sono sola, mio marito è morto (investito anni fa sulla strada, ndr) e non ho figli. Mi metto in macchina e vengo giù, che problema c’è?». Già, che problema c’è? Lei è stata la prima abruzzese a vincere un titolo italiano di ciclismo su strada.
@roccocoletti1. ©RIPRODUZIONE RISERVATA