«Se vado in A arrivo a piedi a San Gabriele»

Il coach della Mec Energy Roseto si racconta «Bisogna pregare di più e giudicare di meno»
ROSETO. Annuncia che se sale in serie A, andrà a piedi da Roseto al santuario di San Gabriele dell’Addolorata, a Isola del Gran Sasso, che sono almeno 50 chilometri tutti in salita. Da fervente cattolico, per un voto fatto non potrebbe essere che così. E non ci sono gesti scaramantici che tengano nemmeno ora che con la squadra partita per salvarsi, si trova al terzo posto nel campionato di A2 Est con la partecipazione dietro l’angolo ai play off e con tutti i favori delle prime gare da disputare in casa in virtù del prestigioso piazzamento. Nomen omen, “il nome è un presagio”, si direbbe di Tony Trullo, 54 anni il prossimo 13 maggio, primo allenatore della Mec Energy Roseto Basket. Quel cognome rievoca le caratteristiche case toste delle Murge con la pianta rotonda e la cupola conica slanciata verso l’alto, come a guardare solo al vertice di un’immaginaria classifica, e che per simbolo disegnato sulle chianche con la calce hanno quello primitivo della croce ad albero che riunisce i tre mondi: gli Inferi, il Terreno, il Celeste. Gli Inferi potevano appartenere alle due prime gare di campionato perse malamente in casa col Treviso e a Verona; il Terreno col riscatto in casa alla terza col Brescia e a Mantova alla quarta; il Celeste col rush finale dell’ultimo mese e mezzo condito da sei vittorie su sette gare. Del resto se il prenomen, Tony, lo hanno scelto i suoi genitori, il nomen, Trullo, dal greco bizantino troullos, “cupola”, lo ha ereditato dal padre, ed è perciò anche questo segno del destino. E non fa niente se con quel cognome sia nato a Montorio al Vomano da papà abruzzese e mamma veneta.
Coach Trullo, che cosa ci fa un “Trullo” in Abruzzo?
«Beh, bisognava chiederlo ai miei avi che dal 1.800 stavano qui. Tempo fa mi telefonarono da Martina Franca, pare fosse un lontano parente che voleva ricostruire l’albero genealogico della famiglia. Poi non ne ho saputo più nulla. Forse un’origine pugliese c’è, ma non ne sono sicuro. Non è escluso che in passato la mia famiglia avesse il cognome Trulli, poi trascritto malamente nei registri dello stato civile. Comunque sono nato a Montorio e dall’età di 2 anni vivo a Roseto».
Quando ha cominciato a “masticare” la pallacanestro?
«Da bambino a 20 metri da casa avevo la palestra D’Annunzio dove si giocava a basket. Stavo sempre ficcato lì dentro. E lì ho cominciato a muovere i primi passi. Alla D’Annunzio ho fatto anche le medie: quella palestra era la mia seconda casa».
Quante ore al giorno si occupa di basket?
«Almeno 16 tra allenamenti e studio delle partite fatte dalla mia squadra e delle avversarie. Una volta riuscivo a giocare a tennis nei momenti liberi, ora non lo faccio più anche per pigrizia. Amo leggere molto perché mi rilassa».
C'è spazio per la famiglia nella sua giornata?
«Beh, certo, ma nei fine settimana senza basket. Siamo uniti e usciamo molto quando possiamo. Dio e famiglia sono al primo posto per me. Dico sempre che bisogna pregare di più e giudicare di meno».
Trullo, lei a Roseto oltre a essere primo allenatore è anche direttore sportivo, cioè colui che sceglie i giocatori che poi “Trullo coach” utilizza in campo. Non è rischioso questo doppio incarico?
«In effetti si tratta di una responsabilità pesante, un’arma a doppio taglio. Ricevo allo stesso tempo critiche e complimenti per le scelte che faccio. È un ruolo che ho già svolto a Montegranaro, in B. Ma ho lavorato sempre in società in cui la parola dell’allenatore è stata al primo posto. Mi rendo conto di avere una forte pressione addosso, ma in questi ultimi due anni in cui sono coach a Roseto e in A2, i risultati sono arrivati. Lo scorso anno eravamo già salvi a sette gare dalla fine del campionato».
Chi gioca in A2 fa una vita agiata? Ci dia qualche dato di quanto si guadagna.
«La crisi di questi anni ha messo in ginocchio gli sport minori. Si prendono molti meno soldi di una volta. Gli ingaggi sono precipitati. Fino a 7-8 anni fa si viveva bene nel basket. Ma il nostro budget, quello del Roseto, è bassissimo anche se abbiamo ottenuto risultati sorprendenti. In media gli atleti italiani stanno sui 2mila euro al mese; gli stranieri possono arrivare al doppio».
Coach Trullo, si dice che dietro a una grande vittoria ci sia sempre un grande allenatore. Lei che cosa ne pensa?
«Ci vogliono molte componenti per vincere: grandi giocatori, un staff tecnico di livello, una solida società. Ecco, è necessario creare il gruppo. E l’allenatore è la sintesi che guida questi elementi».
Come reagisce quando perde?
«Premettiamo che dall’A2, che ha due gironi Est e Ovest, alla fine una sola squadra salirà in A. E aggiungiamo pure che i tifosi non vogliono mai una sconfitta. Detto ciò, dipende dalla gara. A volte mi occorrono anche due giorni per riprendermi dallo shock del ko, ma l’esperienza aiuta a smaltire la rabbia accumulata».
C’è una “chiave” per vincere una gara?
«Le partite vanno preparate bene dal punto di vista tecnico e tattico. E se si vede che le cose non vanno come si era previsto, bisogna intervenire immediatamente in corso d’opera e cambiare adeguandosi alle caratteristiche dei giocatori di cui si dispone. Lì si vede se il tecnico è in gamba. A volte cambiando ho anche vinto. A Recanati, ad esempio, la gara si era messa male, allora ho abbassato il quintetto e abbiamo superato gli avversari con 8-9 punti di scarto. A Mantova, invece, abbiamo perso per un punto, ma la gara era già segnata quando stavamo sotto di 15 punti. Cambiando gioco abbiamo limitato i danni».
Un coach come Trullo quale lavoro potrebbe svolgere un domani fuori dal basket?
«Spesso veniamo chiamati dalle aziende per portare avanti lavori di gruppo. Il gioco di squadra, e il basket è uno di questi, ben si adatta alle aziende che vogliono raggiungere i risultati annunciati dai loro manager. Chissà se un domani entrerò anch’io in un’azienda. Mi affascinerebbe fare un’esperienza del genere. E poi vorrei fare il volontario in qualche associazione che si occupa di bambini che hanno problemi».
La Mec Energy a questo punto del campionato che cosa farà?
«Mancano 4 giornate al termine del torneo e per i play off ci servono due punti. Arrivando tra le prime quattro abbiamo il vantaggio di disputare la prima gara in casa. E poi con la fase successiva del torneo portiamo qualche incasso in più alla società. Ecco, adesso vogliamo essere una mina vagante: non abbiamo nulla da perdere e possiamo giocare a viso aperto, con la massima tranquillità. L’assurdità di questo campionato è che fra 32 squadre soltanto una andrà in serie A: è pazzesco visto che almeno 5-6 società hanno organici validi per la promozione».
A parte il “suo” Pierpaolo Marini, ala del Roseto, in A2 ci sono altri due abruzzesi che vanno forte con le loro squadre: il centro Quirino De Laurentiis di Guardiagrele, che gioca ad Agrigento, e l’ala Giampaolo Ricci di Chieti, in forza al Verona. Chi dei due vorrebbe nella sua squadra?
«Sono due bravi giocatori, li prenderei entrambi. Su Marini aggiungo che sono molto soddisfatto di lui: è stato l'anno della sua maturazione».
Coach Trullo, lei è un uomo di fede?
«La fede dà una grande forza: non esiste allenatore al mondo che durante la sua carriera non abbia avuto dei problemi che magari ha risolto anche ricorrendo alla fede. Sono credente e vado a messa quando posso. Poi spesso faccio tappa a Medjugorje: stare lì mi dà un senso di pace pazzesco».
Niente scaramanzie?
«Macchè! Lo ripeto: sono un fervido credente. Perdo una partita indossando una giacca? Stia tranquillo che alla gara successiva la porto ancora».
Mi racconti un aneddoto.
«Dopo le prime due gare perse in avvio di campionato e gli infortuni di Borra e Ferraro, alla ripresa degli allenamenti del martedì, ero seduto in panchina preso da mille pensieri. Ecco che mi si avvicina l’ala Weaver che non spiccicava una sola parola in italiano e, sorridendo, mi fa: “Coach, non te prioccupare, risolviamo tuto”. Da quel momento abbiamo vinto e recuperato gli infortunati».
Ma se vince il campionato e va in serie A che cosa farà?
«Guardi, vado a piedi da Roseto a San Gabriele dell’Addolorata, a Isola del Gran Sasso, una cinquantina di chilometri tutti in salita».
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