Spezialetti, stop a una vita da gregario

Il ciclista di Pineto ha chiuso la carriera nel 2012: «Era giunto il momento di fermarsi. Sono orgoglioso di Di Luca»
PESCARA. Fa strano svegliarsi una mattina e non avere necessità, dovere e voglia di salire in bici; fa strano se la bici è stata la tua passione e la tua professione, se pedalando pedalando da Pineto sei andato due volte sulla luna e altrettante tornato, per 600mila chilometri.
Fa strano, Alessandro Spezialetti? «Beh, un po’. Ma era ora di fermarsi. Adesso guardo avanti, curioso di fare altre esperienze, con lo stesso entusiasmo con cui da bambino salivo in bici». In questi primi giorni da ex spesso è nel negozio del suo amico Pasquale Iachini, Rodas, a Pagliare di Morro d’Oro. Tra cambi da registrare, pedali e sellini è a suo agio, pronto a dispensare consigli ai tanti amatori che passano sapendo di trovarlo. Una carriera iniziata e chiusa con Saronni, grande degli anni 80, manager Lampre, ma con radici abruzzesi e che qui, con la Farnese-Fantini forse continuerà. «Vedremo, ne ho parlato con Valentino Sciotti. Il patron della Fantini è persona di valore, c’è bisogno di gente come lui per ridare fiato al nostro sport». Lavorare con i giovani, magari scoprire un nuovo Di Luca o Bettini, Armstrong, Pantani o Indurain. È lunga la lista dei grandi con i quali Spezialetti ha pedalato, a cavallo di due millenni. Una carriera iniziata con un regalo: «Avevo 8 anni, quando il mio padrino di battesimo, Alessandro, mi regalò una bici da corsa». Regalo apprezzato anche da papà Enzo e mamma Annamaria. «Papà (autista di Tir) la domenica scendeva dal camion e mi portava alle corse. Agli allenamenti andavo con mamma». Alessandro ora può godersi la famiglia, la compagna e i figli Paolo (10 anni) e Alessandra (8) ma non dimentica chi lo ha guidato, sostenuto. «Mario Di Nicola, dg della prima società, la Spiga Aurea di Spoltore, poi i dirigenti del Motel al Cavaliere di Carsoli, da Juniores, la Ferrometal di Adriano De Patre, cui devo tanto, e l’esperienza di Caneva, in Friuli, da dilettante». Primi passi ricchi di soddisfazioni. «Da giovane vincevo tanto, una media di 3, 4 volte l’anno (record 14), 35 in tutto. E che sfide con Davide Melena, un ragazzo di Vasto». Da ragazzi nasce il sodalizio con Danilo Di Luca. «Con Danilo è stato speciale, da giovani e da professionisti, ci piaceva condividere tutto, sensazioni, strategie. Sono orgoglioso di aver corso con l’abruzzese più forte di sempre. Un’intesa che funzionava perché c’era stima. Amicizia». Amicizia e stima ma da gregario, che quando si accendono le telecamere sulla corsa esce di scena: che vita è? «Nel calcio tutti sognano di fare il bomber, poi tanti diventano terzini. Così in bici, ma non è vero che finiamo prima. La vera fatica del gregario è nel continuare dopo aver fatto il proprio lavoro. Al traguardo devi andarci anche tu». Ma a casa che si racconta? «Mio figlio qualche volta mi ha chiesto “papà ma quando vinci?”, gli ho spiegato che anche aiutare a vincere è importante. Crescendo ha capito, ha imparato a festeggiare i successi di squadra. A proposito di traguardi, il ciclismo non smette di fare i conti col doping. «Il ciclismo lo combatte davvero. Controlli continui. A me l’ultimo pochi giorni fa. Ricordate le flebo in camera di una squadra di calcio (il Parma)? Due giorni dopo era acqua passata». 16 anni da professionista, come non giocare con le “figurine”. E come non iniziare da Marco Pantani. «Atleta straordinario, uomo di grande sensibilità. Lui era il ciclismo, il suo mito è indistruttibile». Indurain e Lance Armstrong... «Indurain è stato un grandissimo, dentro e fuori le corse. Come Armstrong: non entro nella vicenda, ma l’hanno braccato per anni». Tra gli italiani, dopo Pantani, poca roba. «Nelle corse a tappe sì ma Bettini ha fatto grandi cose nelle classiche, come Taffi. Basso forse poteva fare di più. Nibali e Scarponi, mio ultimo capitano, sono competitivi». E il futuro, su chi punta Spezialetti? « Diego Ulissi, della Lampre, poi c’è l’ultimo Moser, Moreno, ha bei numeri». Quasi 30 anni in bici, 22 corse a tappe di 3 settimane, giri, tour e Vuelta. Ma qual è la corsa di Spezialetti? «La Liegi, l’ho fatta 11 volte. Avrei pagato per vincerla ma ogni volta mi piaceva esserci stato, arrivare». Ma cos’è stato il ciclismo per Spezialetti? «Passione e professione, gioia e lavoro: si fa tra le insidie della strada ma ti mette su quella buona. Non mi ha dato ricchezza ma di che vivere bene sì. Talvolta più duro di un turno di 8 ore in fabbrica ma più appagante. E’ la mia vita».
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