Tarozzi: io secondo per vocazione dopo tanta serie A e B

11 Marzo 2015

Il vice di D’Aversa ha un passato a Bologna e a Firenze «La Virtus ha un gruppo storico davvero fantastico»

LANCIANO. Curioso e diplomatico, sempre pronto a dare spunti al mister. Ecco Andrea Tarozzi, ex difensore e oggi allenatore in seconda della Virtus. Parla di calcio con gli occhi che gli brillano. Un uomo con esperienza; un passato da calciatore in serie A e B; tre anni da team manager e altri tre da vice. Ruolo che gli calza a pennello, perché, dice, «ho le caratteristiche per fare il secondo, non quelle per essere il primo».

Tarozzi, come è nata la collaborazione con D’Aversa?

«Dalla stima e perché nessuno mi ha cercato più di lui in vita mia! Ci siamo conosciuti quando giocavamo alla Ternana, avevamo anche lo stesso procuratore. Poi abbiamo fatto un corso base a Coverciano e ci siamo continuati a sentire. Quest’anno avevo già deciso di staccarmi da Pea, dopo tre anni, e avevo un impegno quando è arrivata la telefonata di D’Aversa e la proposta di stare al suo fianco. A quella è seguita una settimana di telefonate quotidiane e alla fine ho detto: “Va bene!”».

Ha lavorato con Fulvio Pea che non è mai stato giocatore e oggi con D’Aversa che era un centrocampista. Ci sono delle differenze tra chi ha giocato e chi no?

«Sì ci sono. Non è migliore né peggiore essere stato o meno giocatore; è semplicemente un approccio diverso. Quello di Pea e di chi non ha giocato è più didattico; quello di D’Aversa è più passionale, emotivo perché senti ancora il campo».

Lei ha giocato con due mister della Virtus: con Baroni a Bologna e D’Aversa a Terni. Avrebbe mai immaginato di vederli un giorno allenatori?

«No. Con Baroni ero compagno di reparto nel Bologna nel 1992. Lui era quasi a fine carriera, io all’inizio. Con D’Aversa ero invece io quasi a fine carriera e lui nel pieno. Non avrei mai pensato di vederli allenatori. Baroni ad oggi ha più esperienza, D’Aversa molta personalità».

Da calciatore ha dedicato una vita al Bologna e poi alla Fiorentina dove passò per 6,2 miliardi di lire nel 1997/199

«Credevo di restare a Bologna a vita. Anche perché nel 1997 a fine stagione firmai un contratto quadriennale col Bologna. Ero talmente felice che invitai 50 amici a cena per festeggiare. Due giorni dopo in vacanza mi arrivò la telefonata che ero stato venduto alla Fiorentina! Non ci credevo! Per me è stata una grande opportunità. Ho avuto la fortuna di giocare con Rui Costa, Batistuta, Edmundo, Toldo in porta. Sono stato poi 5 anni a Firenze, è stata una seconda casa».

C’è qualche giocatore rossonero che vede portato per fare l’allenatore?

«Sì, ma consiglio loro di giocare il più a lungo possibile e di farlo con passione. Per “il passaggio” c’è tempo. Ci sono Mammarella, Di Cecco, Amenta, Vastola che per età ed esperienza possono essere pronti, ma c’è tempo. Loro poi fanno parte di un gruppo storico che in vita mia ho trovato solo a Sassuolo».

Come vede il Lanciano?

«La squadra sta bene, a parte Turchi e Ferrario che fanno differenziato per problemi muscolari. I ragazzi hanno mantenuto una condizione fisica invidiabile. Sabato mancherà Troest e con Ferrario in forse non sappiamo se mister D’Aversa ridisegnerà la squadra. Comunque, finora, tutti si sono fatti chiamare pronti all’occorrenza. Nunzella, Conti e Aridità sono degli esempi».

E dal punto di vista dei risultati, 16 pareggi sono troppi?

«Se leggi i risultati prima di giocare contro Vicenza, Pescara, Perugia, pensi che il pareggio è buono. Poi, però, fai prestazioni talmente belle che i pareggi sembrano sconfitte e resta l’amaro in bocca. Ad ogni modo anche con i pareggi siamo in linea con l'obiettivo della permanenza in B. Restano altri 10 punti da conquistare che sono tanti con una classifica così corta».

Teresa Di Rocco

©RIPRODUZIONE RISERVATA