TIFOSI SUDDITI SPORTIVI LIBERI

Avessimo potuto esprimere un desiderio, sapete cosa avremmo chiesto per ieri, ore 15, televisore acceso, Italia vs Svezia sullo schermo? Avremmo voluto Paolo Volponi al nostro fianco. Un desiderio...
Avessimo potuto esprimere un desiderio, sapete cosa avremmo chiesto per ieri, ore 15, televisore acceso, Italia vs Svezia sullo schermo? Avremmo voluto Paolo Volponi al nostro fianco. Un desiderio nato subitaneo, non appena iniziata la lettura di un piccolo piccolissimo libro, fresco freschissimo di stampa.
Lo ha curato con amore Alessandro Gaudio, si avvale della prefazione di Massimo Raffaeli (che è la somma di calcio e letteratura, per capirci) e della postfazione di Darwin Pastorin, giornalista sportivo resistente. Sì, nello scorrere le pagine di “Paolo Volponi il linguaggio sportivo e altri scritti (1956-1993)” pubblicato da “ad est dell’equatore”, minuscolo editore che merita grandi incoraggiamenti, questo è il sentimento che ti prende: una voglia matta di dialogare con quest’uomo, uno degli scrittori che ha fatto il Novecento italiano. Non si può, va da sè. Ci ha lasciato nel 1994, dopo aver attraversato con lucida coerenza il secolo Breve.
E ci ha lasciato queste piccole perle sportive, ora riproposte alla (ri)scoperta di chi sa intravvedere, anche nei gesti di uno Zlatan autoproclamatosi leggenda o di un Conte fulmini e saette, tracce non solo riconducibili al mero risultato. Oltre al risultato, c’è molto, molto di più. Volponi in queste pagine si rivela tifoso acceso del Bologna: stravedeva per Pascutti, al punto di preferirlo a Gigi Riva Rombo di Tuono. Si fa coraggioso stratega per i Mondiali argentini del 1978 quando suggerisce a Bearzot una sua formazione con Tardelli libero, Pasinato in mediana, Pecci, Novellino e Buriani a fianco di Bettega. Finiti i Mondiali, non teme di tornare sui suoi pronostici e di ammettere, se del caso, errori.
Ma ieri, birra in mano e sguardo al televisore, avremmo discusso di una cosa in particolare. Di un articolo che Volponi affida a l’Unità nel novembre del 1993: «Il tifoso è un suddito, lo sportivo è un uomo libero». Lo dice il Volponi che non ha mai fatto mistero del suo essere tifoso viscerale, che non coltivava nostalgie particolari e che pure si trova a rimpiangere le radiocronache di un pioniere quale fu Nicolò Carosio. Parole come miele: «Mentre sentivi Carosio mangiavi, bevevi, Carosio era come l’anguria». Ecco, forse sui telecronisti di oggi - per non dire dei commentatori, le cosiddette spalle: siamo sicuri che servano a qualcosa? (n.d.r.) - Volponi medesimo lancerebbe i suoi strali. Sempre eleganti, sempre frutto di ragionamento.
Di chi era chiamato in Nazionale, si trova a dire che spesso sono divi, gingilli, bravi e belli da applaudire: nessuno - osava Volponi - ha mai detto loro che per mantenere questa loro bravura devono saperla collegare ad un impegno serio di costruzione fisica, di sapienza, di saldezza morale e civile... non mangiano la cultura, restano perennemente cocchi privilegiati. Come gli vezzeggiava la famiglia così li vezzeggia il club. Insomma: sono isterici che all’ultimo momento crollano. Antonio Conte avrebbe fatto cambiare idea a Paolo Volponi? Curiosità legittima.
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