Tifosi virtuali e Sylvestre dimentica la strofa dell’inno

18 Giugno 2020

ROMA. Trent'anni fa, di questi tempi, lo stadio Olimpico era un concentrato di sogni e ambizioni, suoni, colori e calore umano. Erano i tempi di Italia '90 e dell'eroe per caso Totò Schillaci. Stesso...

ROMA. Trent'anni fa, di questi tempi, lo stadio Olimpico era un concentrato di sogni e ambizioni, suoni, colori e calore umano. Erano i tempi di Italia '90 e dell'eroe per caso Totò Schillaci. Stesso stadio, altra storia, ma forti emozioni comunque: perché l'Olimpico, nonostante l'assenza di pubblico, ospita un evento che segna la ripartenza del calcio. Nell'epoca del digitale, ma ai tempi del Coronavirus, gli spalti vengono 'riempiti’ da una coreografia virtuale griffata Coca Cola. La versione dal vivo non è fruibile, in tv la sensazione è quella di una gigantesca e coloratissima Playstation. Un escamotage per cercare di rendere vivi quegli spalti che il calcio spera di poter tornare a riempire almeno un po’ tra qualche tempo. Sugli spalti, dunque, una coreografia prodotta con una grafica virtuale integrata, che viene riprodotta con sofisticati software. Le squadre entrano in campo separatamente a ritmo di musica, ma senza cori, Andrea Agnelli e Pavel Nevded hanno il volto coperto da una mascherina con il logo della Juve, Gattuso si siede in panchina e mostra lo stesso ghigno di quando aggrediva gli avversari. Anche De Laurentiis è in maschera. La Coppa Italia è posizionata - e guardata a vista da un vigilante - ai piedi della tribuna Vip: non verrà consegnata. O meglio: verrà presa dai vincitori. Idem per le medaglie in versione self-service. L'arbitro Doveri e gli assistenti si schierano in campo e ascoltano, da soli, l'inno della Serie A; solo alcuni minuti dopo verranno raggiunti dai giocatori. Sergio Sylvestre canta - e a un certo punto si fa vincere pure dall'emozione, dimenticando una strofa - un inno nazionale senza musica, la sua voce rimbomba nel deserto dell'Olimpico in un clima surreale.