Troest, il difensore gentiluomo: prima squalifica in due anni

10 Marzo 2015

Il danese della Virtus vive a Pescara e ama viaggiare: «Calcio e atletica, la mia è una famiglia di sportivi»

LANCIANO. Ha lo sport nel dna. E’ cresciuto a corsa e palloni. Schivo e riservato fuori dal campo, grintoso, determinato e corretto sul tappeto verde.

Finora è l’unico rossonero ad aver giocato tutte le partite da titolare. Un primato che perderà sabato visto che sarà squalificato contro l’Avellino. Una squalifica che arriva dopo due anni dall’ultimo cartellino rosso. 197 partite disputate in B in Italia finora, 13 gol segnati. E’ Magnus Troest, il 27enne difensore danese del Lanciano.Un metro e 90 centimetri di sicurezza e riservatezza.

Il difensore nato centrocampista ama agli arrosticini, parla danese, inglese, italiano e portoghese, e sogna di giocare un giorno in Australia. Vive a Pescara e ha un contratto con la Virtus fino a giugno 2016.

Troest, quando e come si è avvicinato allo sport?

«Sono nato in una famiglia di sportivi. I miei genitori hanno rappresentato anche la Danimarca nell’atletica leggera. Mio fratello è un calciatore e gioca in Danimarca; le mie sorelle anche fanno corsa. La maggiore sta partecipando agli europei di atletica indoor a Praga con la maglia della nazionale. Io già a tre anni correvo e tiravo calci al pallone».

In che ruolo ha iniziato a giocare, è sempre stato difensore centrale?

«Ho iniziato come centrocampista. E lo sono stato fino a quando avevo 16 anni. Poi, in un torneo under 17 in Danimarca, sono passato in difesa».

Nell'estate del 2003 si sposta in Inghilterra per giocare con l'Aston Villa, nelle giovanili.

«E’ stata un’esperienza bellissima. Lasciare casa a 16 anni per un’altra nazione è un po’ un’avventura, ma è stata la scelta giusta. Avevo mamma che piangeva all’aeroporto, di tristezza e di gioia allo stesso tempo, perché sapeva che era una grande occasione. La famiglia mi ha sempre appoggiato nelle scelte. In Inghilterra si sta benissimo e il calcio è diverso da quello italiano. Più spettacolare, meno tattico, più divertente se vogliamo, perché gli arbitri fischiano meno falli e si gioca di più».

Poi è tornato in Danimarca e nel 2008 è approdato al Parma...

«All’inizio è stato difficile ambientarmi per via della lingua. Poi grazie ai compagni e al mister, Francesco Guidolin, mi sono ambientato. Abbiamo vinto il campionato, siamo stati promossi in serie A ed è stata un’emozione forte».

Ma non è rimasto in A col Parma, perché è passato al Genoa che lo ha girato in prestito in Spagna (Recreativo Huelva)…

«A volte è anche questione di fortuna arrivare in A. Certo, mi manca forse quel qualcosa in più che ti fa salire di categoria, ma il Parma in A mi avrebbe tenuto, almeno così dicevano. Poi il mio cartellino è finito alle buste e l’ha spuntata il Genoa che mi ha girato in Spagna. Altra esperienza che mi ha aiutato a crescere e che mi ha fatto conoscere un calcio ancora diverso, sicuramente molto veloce».

Poi Bergamo (2010/2011) e Varese (2011/2013). A quale allenatore è rimasto legato?

«L’anno a Bergamo è quello che porto nel cuore. Città bellissima con l’aeroporto che mi permetteva di volare spesso a Copenaghen. Con Stefano Colantuono abbiamo ottenuto la promozione in A. Ho avuto diversi allenatori, tutti bravi ma se devo sceglierne uno dico Rolando Maran che ho avuto a Varese».

E il Lanciano?

«E’ difficile spiegare perché prendiamo più gol su palla inattiva, certo è che più uno ci pensa ad evitare il gol quando c’è una palla da fermo e più si prende gol. Serve più attenzione, credo».

Il cartellino giallo preso a Perugia le costa la prima squalifica con la maglia rossonera.

«Eh già, due anni a Lanciano non ero mai stato squalificato. L’anno scorso ero diffidato ma non sono arrivato al rosso. Non è facile non prendere cartellini, io cerco di essere preciso, di evitare falli. Cerco di anticipare l’avversario e se capisco di non farcela temporeggio prima di fare fallo».

Come passa il suo tempo libero lontano dal calcio?

«Con mia moglie, che ho conosciuto in Italia anche se è brasiliana».

E’ davvero così riservato come sembra?

«Sì, è il mio carattere. Sono silenzioso, penso a lavorare».

Dove si vede tra 20 anni?

«Mi piacerebbe restare nel mondo dello sport, magari in Danimarca».

Qual è il sogno nel cassetto?

«Nel calcio giocare in serie A, anche in America o in Australia. Mi piace viaggiare, fare nuove esperienze».

Teresa Di Rocco

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