TUTTI IN FILA AI CONTROLLI

Meglio che ci siano, i controlli. Per carità. E Nicolae, per la sua Romania, mette in conto questo e altro. Sì, è vero, lui in Francia vive da oltre vent’anni. Fa il meccanico, le cose vanno così...
Meglio che ci siano, i controlli. Per carità. E Nicolae, per la sua Romania, mette in conto questo e altro. Sì, è vero, lui in Francia vive da oltre vent’anni. Fa il meccanico, le cose vanno così così, ma vanno. Stasera, cascasse il mondo, c’è una cosa sola. Francia-Romania. Però adesso la coda è un po’ troppo lunga. I poliziotti controllano, aprono borse, tastano i giubbotti, a momenti guardano dentro i telefonini. E lui, Nicolae, lo sa già. Quando ci sarà l’inno, quando, in piedi, la mano sul cuore, canterà “De?teapta-te, romane, din somnul cel de moarte, In care te-adancira barbarii de tirani!” troverà anche il tempo di scattare una foto. Il verde luminoso di Saint-Denis e i colori delle squadre li catturerà così, per spedirli subito dopo agli amici di Bucarest. C’è whatsapp, è un attimo. Non sarà un capolavoro di immagine, ma vuoi vedere l’invidia di Ion e degli altri, davanti al televisore, una birra sul tavolo.
La coda è di nuovo ferma. Che strano, il tipo vicino a me, pensa Nicolae. Pantaloni neri, camicia bianca, una sigaretta dietro l’altra. Il volto è scavato, gli occhi rimandano una luce che sa di indomabilità. Ecco, sembra un uomo in bianco e nero, di un’altra epoca. Certamente è francese, l’ha sentito poco prima chiedere qualcosa ad uno dei tanti poliziotti.
«Salve, anche lei alla partita. Che serata emozionante. Sa, io sono rumeno ma vivo qua da tanto tempo. Si immagina se stasera vi facciamo lo sgambetto?».
«Oui. Sarebbe ben strano. Ma non mi stupirei. È il mio mestiere cercare di capire quale sia il senso delle cose. Lei ha mai giocato a calcio? Io sì, in gioventù. Ero portiere, in Algeria. Dicono che fossi bravo, poi mi sono ammalato e addio. Mi sono messo a scrivere, per vivere. Ho capito subito che la palla non arriva mai da dove te l'aspetti. Mi è servito più tardi nella vita, soprattutto qui, a Parigi, dove non ci si può fidare di nessuno. Però, sa cosa le dico? Tutto quello che so sulla moralità e sui doveri degli uomini, lo devo proprio al calcio, l’ho imparato su quei campi polverosi. Lei è giovane e certamente ignora che nel 1968, durante il Maggio francese, a ribellarsi furono anche i calciatori. Il 22 un gruppo di loro occupò la sede della Federazione. Alle finestre misero uno striscione, c’era scritto: le football aux footballeurs. Più chiaro di così. Durante le infuocate assemblee che seguirono c’era con loro anche Just Fontaine, il capocannoniere della Francia ai mondiali di Svezia del 1958. Se lo immagina, oggi, Paul Pogba nei panni del ribelle, del rivoluzionario, del sindacalista? Mi scusi, parlo troppo. E’ un mio difetto».
«No, si figuri. È bello sentire queste storie. Di solito quando si parla di calcio ci si riferisce solo ai risultati, alle tattiche, ai moduli. Adesso, poi, ci si mette anche la paura degli attentati. Dovrebbe essere un gioco, solo un gioco. Come quando lei giocava nella polvere di Algeri».
«Già. Proprio così. La saluto, buona partita ...».
«Nicolae, sono Nicolae. E lei?»
«Albert. Albert Camus. Piacere».
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