Tutti sul carro di Tavecchio il calcio non si sa rottamare

Scandali, debiti e risultati deludenti, ma vincerà la linea della continuità
Tra poco più di un mese inizieranno le qualificazioni agli Europei del 2016 e l'Italia del calcio è senza un presidente federale e un allenatore. Probabilmente, arriveranno dopo l'11 agosto quando l'assemblea eleggerà l'erede di Giancarlo Abete, dimissionario al pari del ct Prandelli dopo il fallimento di Brasile 2014, il secondo di fila ai Mondiali dopo quelli del Sud Africa. A meno di colpi di scena, il nuovo capo del calcio sarà Carlo Tavecchio. Che dovrebbe chiamare sulla panchina azzurra uno tra Antonio Conte, Roberto Mancini e Francesco Guidolin.
L’appoggio della Lega di A ha fatto pendere la bilancia a favore di Carlo Tavecchio, capo della Lega Nazionale dilettanti dal 1999, e ha fatto precipitare le quotazioni di Demetrio Albertini, l'ex centrocampista del Milan e della nazionale che negli ultimi anni è stato il vice di Abete.
Comunque, vadano a finire le elezioni vincerà la continuità. Sì, perché Tavecchio, con il pacchetto di voti dei dilettanti, è stato l'azionista di maggioranza del governo Abete, mentre Albertini ne è stato il braccio destro, pur con qualche distinguo. Addirittura è stato capo delegazione di un Mondiale fallimentare. E' un calcio che non riesce a rinnovarsi, qualunque sarà il verdetto dell'11 agosto.
L'indignazione popolare dopo l'eliminazione al primo turno dei Mondiali non ha scosso il Palazzo del calcio più di tanto. Men che meno i capi-corrente. Sono sempre loro che muovono il giocattolo.
Abete ha solo anticipato una decisione già annunciata per il 2016, Prandelli si è subito "consolato" al Galatasaray.
Per il resto, il calcio italiano resta nelle mani di chi l'ha governato negli ultimi decenni. Basti pensare allo stesso Carlo Tavecchio, re incontrastato dei dilettanti da 15 anni, anche lui vice di Abete negli ultimi anni. Ma può essere un uomo di apparato di 71 anni l'emblema del rinnovamento?
Il dirigente lariano non gode di buona stampa, anzi la gran parte si è schierata con Albertini, considerato il meno peggio. L'ex milanista si presenta bene, ha buone idee ed è sospinto dal vento popolare, ma ha un problema: non ha i voti. Quelli della Lega Pro e della Lnd bastano per eleggere Tavecchio. Che ha incassato anche l'appoggio della Lega di B. E poi di quella di serie A, sotto la regia della premiata ditta Lotito&Galliani.
Lotta di Palazzo. Quindi, se non ci saranno sorprese, il presidente sarà Tavecchio. A lui il compito di trovare le soluzioni per risollevare le sorti del calcio italiano, tanto malmesso quanto ingovernabile per via di uno statuto che esalta i veti.
In pratica, saranno chiamati a risolvere i problemi del mondo del pallone le stesse persone che li hanno creati. Ecco perché la credibilità è minima. Fa un bel parlare Barbara Berlusconi a chiedere il rinnovamento della Figc, ma l'altro amministratore delegato del Milan, Adriano Galliani, è uno dei sostenitori di Tavecchio. Macalli comanda la Lega Pro da venti anni, eppure fa ancora la voce grossa. Nonostante il derby-farsa di Salerno e i tanti problemi che hanno accompagnato la terza serie negli ultimi anni. Per non parlare dei limiti di età, imposti in Lega Pro e nei dilettanti, che hanno sì calmierato i costi di gestione, ma che si sono rivelati un fallimento perché non hanno prodotto talenti. Il motivo? Semplice: non c'è un lavoro alle spalle per produrre giovani. Molti vengono illusi: giocano per regolamento e poi, oltrepassati i limiti di età, finiscono nel dimenticatoio.
Debiti & giovani. Le politiche degli ultimi anni sono state sballate, ma nessuno degli ideatori fa un passo indietro.
Eppure i numeri sono impietosi: la gran parte delle società di serie A è indebitata. I soldi dei diritti televisivi finiscono nelle tasche dei calciatori o all'estero dove si vanno a pescare giocatori perlopiù mediocri. Più della metà di quelli che giocano in A sono stranieri. Si fa un gran parlare della politica dei vivai, ma sono poche le società (l'Atalanta è un modello) che investono e producono giocatori. La poca competitività dei club italiani è testimoniato dal cammino nelle coppe europee, dai risultati della Nazionale e dai 77 punti di differenza dalla Juve campione d'Italia e il Livorno ultimo in classifica nell'ultimo campionato.
La media spettatori della serie A, nell'ultima stagione, è stata di 23.310 unità, in leggero aumento. Ma negli ultimi cinque anni gli stadi italiani hanno perso circa un milione di spettatori. Colpa della cura dimagrante della serie C. I campi della Lega Pro sono pressoché deserti. In alcuni stadi si contano poche centinaia di spettatori per una gara di calcio professionistico. Fino agli anni Novanta, i soldi venivano distribuiti meglio. La A comprava dalla B che a sua volta acquistava dalla C. E di conseguenza dai dilettanti. Gli introiti del calcio italiano restavano in Patria. E anche la C aveva soldi per fare settore giovanile. Mancando le risorse, le società minori hanno tagliato i vivai. E nascono sempre meno talenti. Circolano calciatori mediocri che producono spettacoli a volte indecenti. E così la gente fugge dai campi della serie C. Preferisce lo spettacolo della serie A in pay tv. Le risorse, quelle che venivano spese per acquistare giocatori dalle serie inferiori, ora finiscono all'estero. Sono rari i casi di giocatori che emergono dalla Lega Pro e dai dilettanti. Eppure nel Mondiale del 2006 vinto in Germania c'erano Grosso e Oddo, nati tra i dilettanti, e lo stesso Iaquinta, messosi in luce in serie C. I problemi del calcio italiano vanno risolti alla base: se verrà risanata ne trarrà beneficio anche la serie A e, di conseguenza, tutto il movimento. Hai voglia a parlare di politica dei vivai se poi sono pochi i club a farla. E pochissimi ad avere le risorse per farla. Mettere un freno all'esterofilia dilagante e ridare ossigeno alla base sono le prime due mosse da fare.
Altro tema caldo gli stadi. Chi non si è fermato alle parole, lo stadio ce l'ha già di proprietà. E' il caso di Juventus e Sassuolo. E della stessa Udinese che sta ristrutturando il Friuli. Gli altri aspettano la politica che, invece, ha altre grane da risolvere. Eppure basterebbe regalare qualche soldo in meno a calciatori improbabili e procuratori per fare seguire i fatti alle parole. A patto che la costruzione di uno stadio non sia la maschera per speculazioni edilizie come nelle intenzioni di molti progetti ancora nel cassetto.
@roccocoletti1
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