Un lampo di Eder stende la Svezia L’Italia agli ottavi

18 Giugno 2016

Qualificazione già al sicuro grazie al secondo successo di fila Un passo indietro sul piano del gioco, squadra tosta e cinica

INVIATO A TOLOSA. Saturno è a favore e anche il diavolo stringe un patto con l’Italia. Già, perché battere la Svezia e qualificarsi matematicamente agli ottavi di finale di venerdì 17 con un gol di Eder che porta la maglia numero 17 si è rivelato il miglior esorcismo contro la maledizione della seconda partita, quella che storicamente ci estromette dalla seconda fase di Mondiale ed Europei, dai tempi del bianco e nero al Brasile 2014. E invece l’Italia di Conte protocolla la prima fase e si accomoda nel salotto buono delle migliori sedici anche se il più che probabile primo posto del girone ci “condanna” ad un “dentro o fuori” verosimilmente contro la Spagna o la Croazia.

Se oggi infatti l’Irlanda non batterà il Belgio anche la matematica assegnerà la “maglia gialla” del girone all’Italia che nel suo Tour de France giocherà l’ottavo a Parigi. Eppoi c’è il dolce sapore della vendetta con quel biscotto del 2004 confezionato da “Masterchef” Ibrahimovic e accompagnato da un boccale di birra danese. Da un punto di vista estetico un passo indietro rispetto alla sfida col Belgio ma sotto il profilo della concretezza l’Italia si conferma cinica. Del resto la vittoria era un obiettivo ma non un ossessione perché anche un punto avrebbe spinto la Nazionale verso le acque territoriali della fase ad eliminazione diretta. L’Italia non entra in campo con gli occhi della tigre e l’elegante Stadium Municipal di di Tolosa non sembra certo il ring di Kinshasa del 1974. Il coro di sottofondo non intona «Ali, bomayé», colonna sonora della sfida tra Muhammad Ali e George Foreman. Insomma non va in scena il “Rumble in the Jungle” tra Italia e Svezia ma piuttosto un duello di fioretto con la punta protetta. Forse anche l’atmosfera non agevola il compito agli azzurri. Sembra infatti di essere a Stoccolma, con oltre ventimila scandinavi sugli spalti e non più di seimila italiani. Del resto nel IX secolo i vichinghi, al massimo del loro splendore, piantarono le tende anche nella Gallia orientale e a Tolosa non è raro incontrare persone alte, bionde e con gli occhi azzurri. Sono i “figli” dell'antica dominazione e bene si mescolano con i vichinghi doc che tappezzano di giallo le gradinate.

E pensare che da quelle parti è l’hockey su ghiaccio lo sport nazionale ma da quando c’è Ibra il pallone scuote gli animi più di disco e stecche. Però è modesta questa Svezia, Ibra è l’io narrante ma gli altri dieci non conoscono il copione. È bravo poi Conte che da maestro artigiano confeziona per il fuoriclasse svedese un abito perfetto con Bonucci che gli prende le misure e De Rossi che gli fa l’orlo. Una sorta di gabbia che costringe il 10 a farsi dare la palla nella sua metàcampo, una zona che tradizionalmente non frequenta tanto che per accedervi deve azionare il navigatore satellitare. Una volta neutralizzata l’unica fonte di pericolo, il gioco si rivela più facile ma nel primo tempo l’Italia non si affaccia quasi mai alla finestra con Candreva e Florenzi sempre rispettosi dei limiti di velocità. La sensazione è che l’Italia giochi per il pareggio, per trovare Ungheria o Portogallo nei quarti, per tornare a Tolosa per l’appuntamento con gli ottavi di finale. Ma Conte gioca sempre per vincere e questo spirito lo ha voluto trasmettere ai suoi ragazzi. L’algebra non gli piaceva nemmeno quando frequentava il liceo a Lecce, figuriamoci adesso che l’unica numerazione di cui deve occuparsi e quella dall’1 al 23 per l’assegnazione delle maglie. Già, perchè il Ct coinvolge tutti e 23 nel suo progetto, nella ripresa rilancia Motta e lancia Sturaro e soprattutto Zaza che alza le frequenze del battito cardiaco del nostro attacco. E non è un caso se il gol di Eder nel finale arriva da un appoggio di testa dell’attaccante lucano. Non va a buon fine il tentativo di ammonizione indotta per Bonucci e Chiellini perché Buffon si intromette nel siparietto e si prende il giallo. Conte non ha rivoluzionato il calcio, ma la superstizione sì: da ieri il 17 non porta più sfortuna.

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