Velasco, eterno ragazzino «Sì, mi diverto ancora»

«Sono felice per tutto quello che ho e non mi dispero per ciò che mi manca»
Venerato dagli appassionati di pallavolo, ammirato dagli sportivi che lo conoscono per un curriculum da fare invidia. Ad Alba Adriatica, in occasione delle finali nazionali under 19 di volley maschile vinte da Castellana Grotte, hanno imparato a conoscere Julio Velasco, 70 anni, argentino di La Plata, il tecnico che ha rivoluzionato e fatto grande il volley italiano. Umile, alla mano. Inondato di richieste di selfie e autografi. Spesso a bordocampo per seguire le partite. Oggi è direttore tecnico del settore giovanile della federazione e in questa veste ha trascorso diversi giorni in Abruzzo senza sottrarsi alle domande sul passato e sul futuro del movimento.
Velasco, ha visto qualcosa di buono nel corso delle finali nazionali under 19 di pallavolo maschile che si sono svolte ad Alba Adriatica?
«Molto di buono. In Italia il settore giovanile della pallavolo è all’avanguardia. Ho visto belle partite, uno spettacolo di buon livello che testimonia lo stato di salute del movimento. Tornei come questo e come il Trofeo delle Regioni sono il meglio in circolazione a livello di vivaio».
Il livello del volley italiano?
«Eccellente. Non esagero se dico che siamo tra le prime quattro potenze mondiali. Brasile, Russia, Italia e Usa. Poi, certo, ci sono nazioni che hanno dei grossi picchi. La Francia ad esempio, con il Club Francia che sforna giocatori di alto livello. C’è la Polonia che pure va per la maggiore. Ma il nostro movimento è da decenni che si è stabilizzato ad alti livelli. L’importante è non sentirsi mai arrivati, mettersi sempre in discussione al fine di migliorare».
Qual è stato il punto di svolta della pallavolo italiana?
«L’investimento fatto sulle linee guida a livello tecnico, metodologico e di selezione dei giovani. E poi la formazione degli allenatori. Fondamentale. Ad esempio, nel nostro settore giovanile non c’è uno staff tecnico fisso. Ogni due anni cambiamo il vice, ogni anno l’assistente. E questo significa che gli allenatori ruotano e ce ne sono molti di più che hanno la possibilità di arricchire il proprio bagaglio di esperienza. Questo aiuta le società. Che hanno allenatori di livello. Più preparati. Il nostro lavoro è finalizzato alla crescita dei club. E qualche risultato si vede….».
Perché c’è sempre meno volley nelle scuole?
«Perché ci sono sempre meno insegnanti di educazione fisica che provengono dalla pallavolo. E poi c’è maggiore concorrenza. Ci sono discipline sportive più facili da insegnare. Che oggi occupano spazi che prima non avevano».
Se pensa all’Abruzzo che cosa le viene in mente?
«Pescara, perché quando sono arrivato in Italia, a Jesi, nel 1983. Allenavo in A2 e giocai contro la Vianello Pescara allenata da Piazza che è uno dei mostri sacri della pallavolo italiana. Un grande allenatore».
Il momento più bello della carriera?
«Non c’è un momento ben preciso. In Argentina, in Italia, a Modena. Non saprei scegliere. E’ stato tutto molto bello».
Il rimpianto resta l’Olimpiade.
«Ogni volta la stessa domanda! Certo, per carità, non abbiamo vinto i Giochi, ma abbiamo portato a casa tanti di quei trofei che ce ne facciamo una ragione se ci manca l’oro olimpico. Io sono abituato ad essere felice con quello che ho senza disperarmi per quello che mi manca. E’ una questione di mentalità che solo chi fa sport può capire».
Oggi c’è un nuovo Velasco all’orizzonte?
«Non lo so. Ma ognuno di noi è figlio dell’epoca che vive. E poi si devono abbinare competenze e fortuna. Fino a pochi anni fa nella pallavolo esistevano i cicli. Anche l’Italia ha avuto un ciclo vincente. Prima la Russia. Anche Brasile e Usa. Ora no. Il livello è cresciuto per tutti e regna l’equilibrio ad altissimi livelli».
Perché Velasco ha inciso nella pallavolo segnando un’epoca e non nel calcio dove è stato per qualche anno?
«Perché la pallavolo è il mio sport, allenare è il mio mestiere. Nel calcio facevo il dirigente che, evidentemente, non è il mio mestiere. Mi piace il campo. Anche oggi non me ne sto dietro la scrivania. Vado in campo per vedere e per lavorare. Ognuno ha il suo destino, il mio è la pallavolo. Non il calcio o un altro sport».
A quando per rivederla in Abruzzo?
«A settembre ci saranno gli Europei Juniores. E tornerò. Però…»
Però che cosa?
«Ho notato pochi allenatori abruzzesi sugli spalti nei giorni scorsi ad Alba Adriatica. Per carità, non ne voglio fare una colpa a qualcuno. Ma queste sono occasioni da sfruttare per chi vuole crescere. Sono occasioni in cui confrontarsi e comunque vedere all’opera il top del settore giovanile che tra qualche anno vedremo in Superlega o in A2. Si impara tanto. E per i tecnici assenti sono occasioni sprecate».
Si diverte ancora?
«Non si vede?».
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