Acqua, gli indagati presentano memorie

Si muovono le difese dopo la chiusura dell’inchiesta sulla fragilità del sistema Gran Sasso
TERAMO. C’è chi ha scelto di farsi sentire (come il presidente dell’Infn Fernando Ferroni) e chi, in alternativa, ha presentato memorie difensive: sono diverse le strategie adottate dai dieci indagati nell’inchiesta sull’acqua del Gran Sasso dopo aver ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini. Il codice di procedura prevede un termine di venti giorni entro il quale gli indagati possono chiedere di farsi sentire o presentare memorie, ma è probabile che questo termine venga procastinato dopo che alcuni legali hanno chiesto più tempo per una lettura approfondita della voluminosa documentazione dell’indagine, in particolare della consulenza tecnica disposta dalla Procura. Nel registro degli indagati sono finiti i vertici dell’Istituto di fisica nucleare, quelli di Strada dei parchi e della Ruzzo Reti.
L’inchiesta della Procura teramana (titolari del fascicolo i pm Davide Rosati, Greta Aloisi e Stefano Giovagnoni coordinati dal procuratore Antonio Guerriero) ha delineato un contesto di leggi ignorate con un costante pericolo di inquinamento. Oltre a dieci indagati c’è stato anche il sequestro di alcune opere di captazione che si trovano all’interno dei laboratori. Ed è proprio nel decreto di sequestro firmato dal gip Roberto Veneziano che alcuni numeri raccontano una realtà inquietante. A cominciare da quello dei test fatti sulle acque tra il 27 ottobre del 2015 al 17 agosto del 2017. Il gip, riportando la consulenza disposta dalla Procura, scrive: «In tabella sono riportati risultati analitici di 534 campioni. In tale set di campioni per 23 volte le acque risultano non conformi a quanto stabilito dal decreto legislativo 31/01 e dal decreto legislativo 27/02 in riferimento ai parametri determinati e quindi non idonee al consumo umano. Inoltre su 445 campioni per i quali è stata determinata la concentrazione di cloroformio, 102 campioni presentano un valore di concentrazione superiore alla concentrazione soglia di contaminazione nelle acque sotterranee». E naturalmente nel decreto si fa riferimento agli episodi del diclorometano e del toluene sottolineando in più occasioni come «tale situazione ha determinato l’inquinamento di acque destinate al consumo umano. E conclude: «L’insufficiente livello di sicurezza, sotto il profilo della acque sotterranee, comporta il pericolo, concreto ed attuale, di nuovi episodi di contaminazione della risorsa idrica».(d.p.)
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