Acqua sicura, il progetto non c’è ancora

L’Osservatorio: «Così ci dice la Regione. Nel frattempo circolano due diverse ipotesi di modifica delle captazioni»
TERAMO. Un vero e proprio progetto per la messa in sicurezza dell’acquifero del Gran Sasso ancora non c’è. Ci sono, però, ipotesi di lavoro che prefigurano modifiche radicali del sistema delle captazioni. Ed entrambe le cose preoccupano l’Osservatorio indipendente sull’acqua del Gran Sasso, che chiede un confronto pubblico con il vice presidente della Regione Giovanni Lolli.
In una nota, l’Osservatorio rileva: «Sono passati nove mesi dall’incidente dell’8/9 maggio, quando fu vietato il consumo di acqua in gran parte della provincia di Teramo. E ci sono voluti ben 53 giorni per ottenere una risposta dalla Regione alla richiesta dell’Osservatorio in merito all’esistenza di un progetto per la messa in sicurezza dell’acquifero. La risposta è arrivata solo l’8 febbraio e segnala che “ad oggi non vi è ancora alcun elaborato progettuale inerente le attività di messa in sicurezza...” (il virgolettato è ripreso dalla nota di risposta della Regione)».
Rilevato che la Commissione tecnica per la gestione del rischio nel sistema idrico del Gran Sasso nei nove mesi trascorsi dall’incidente del maggio 2017 non ha ancora prodotto un progetto, l’Osservatorio fa però notare che «attraverso il verbale pubblicato sul sito della Regione, risulta che nel corso della riunione della Commissione del 3 novembre 2017 il professor Guercio ha illustrato un’idea progettuale che prevede “... il rifacimento delle captazioni, mediante perforazioni rivestite, ortogonali all’asse della galleria, con sviluppi longitudinali non inferiori a 200 m, a partire dalle nicchie Sos esistenti. Le nuove captazioni recapiterebbero le portate drenate dall’acquifero ad un nuovo sistema di tubazioni in acciaio inox, da posare in banchina delle gallerie autostradali. Esigenze di natura statica del rivestimento esistente delle gallerie autostradali non consentono la rimozione dell’attuale sistema di drenaggio, che continuerà a svolgere la propria funzione, anche se con portate presumibilmente ridotte, in quanto compensate dalle nuove captazioni. La soluzione comporta la necessità di continuare ad utilizzare la portata drenata dalle condotte poste sotto la pavimentazione stradale al fine di assicurare il medesimo volume di risorsa idrica destinata al consumo umano. Parte di tali risorse dovranno peraltro essere caratterizzate come acque superficiali, in quanto non captate in pressione all’interno dell’acquifero, e conseguentemente sottoposte ad un adeguato trattamento di potabilizzazione...”».
«In una conferenza stampa del 9 febbraio scorso», continuano gli ambientalisti, «il vicepresidente Lolli ha poi parlato di una nuova ipotesi di progetto che prevedrebbe: sostituzione del pvc dei tubi con materiale inox flessibile, impermeabilizzazione con nuove tecnologie del manto autostradale e di tutte le strutture a contatto, nuovo intervento di impermeabilizzazione dei Laboratori».
L’Osservatorio ne deduce che «la situazione dei Laboratori dell’Infn e delle gallerie è talmente grave e complessa da richiedere interventi che dovrebbero modificare totalmente il sistema di captazione esistente con necessità di potabilizzazione di parte dell’acqua del Gran Sasso, che verrebbe “declassata” ad acqua di superficie. Questo nonostante i lavori svolti durante la gestione commissariale Balducci siano costati oltre 82 milioni di euro». E conclude: «A questo punto, visto che il vicepresidente Lolli ha affermato che è disponibile a confrontarsi pubblicamente su questi temi anche per illustrare quanto si sta facendo, l’Osservatorio gli chiederà di partecipare ad un incontro pubblico da organizzarsi al più presto a Teramo». (red.te)
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