Agguato di Silvi, condanna a 13 anni

23 Maggio 2019

Il 39enne Doriano Mancinelli accusato di avere sparato al direttore della Motorizzazione civile di Chieti

TERAMO. L’epilogo di un processo è una condanna a 13 anni per il presunto esecutore dell’agguato di Silvi. Arriva pochi giorni dopo la morte del presunto mandante, un collaboratore di giustizia. Perché, nonostante un pronunciamento di primo grado, tutto resta ancora presunto in questa vicenda da brividi che in un anno e mezzo di udienze non è riuscita a dare la risposta più importante: per quale ragione quella mattina di tre anni fa Nino Mario Presutti, stimato dirigente della Motorizzazione civile di Chieti originario dell’Aquila e residente a Silvi, diventò il bersaglio di un attentato finito, per puro caso, solo con un buco nella carrozzeria della macchina che guidava.
LA VITTIMA. Quel colpo di pistola, sostiene l’accusa esploso dal 39enne di Silvi Doriano Mancinelli ieri condannato, forò la lamiera della vettura senza arrivare al conducente. Mancinelli e Domenico Cricelli, il collaboratore di giustizia morto qualche giorno fa dopo una malattia, hanno sempre negato respingendo l’accusa di tentato omicidio, sostenendo di non aver mai conosciuto Presutti. Le indagini sul movente si sono concentrate sul lavoro del dirigente senza però arrivare a nulla. Presutti, descritto dai colleghi come funzionario diligente e scrupoloso, non ha mai perso un’udienza del processo in cui si è costituito parte civile. Per lui, che preferisce non dire niente, parla il suo avvocato Marco Femminella: «È un processo che lascia l’amaro in bocca perché si chiude senza un perché dei fatti». E il legale ci ha provato dare una interpretazione nella sua arringa quando ha detto: «Questo gesto è stato fatto per punire con la vita una persona che svolge con etica il suo lavoro. È una vicenda che lascia a Presutti e alla sua famiglia un incancellabile e profondo senso di paura».
L’ACCUSA. Il pm Greta Aloisi, titolare del fascicolo, per Mancinelli aveva chiesto una condanna a 16 anni senza la concessione delle attenuanti generiche. «Perché», ha detto al termine della requisitoria, «la prova della colpevolezza si è raggiunta nei dovuti termini di certezza». Conseguenza, secondo la Pubblica accusa, di prove testimoniali e documentali. A cominciare dalle immagini di alcune telecamere e da un certosino lavoro dei carabinieri che all’epoca rintracciarono Mancinelli a Londra. Secondo l’accusa è lui l’uomo che la mattina dell’8 giugno del 2016 in sella ad uno scooter rubato a Pescara, con un casco da motociclista in testa e una pistola in pugno, affiancò la macchina guidata da Presutti e fece fuoco. Sparò con una calibro 9 dall’alto verso il basso, colpì lo sportello dell’auto e il proiettile si conficcò nell’alloggiamento del finestrino. Un colpo solo. Mancato il primo, non ne sparò un altro.
LA DIFESA. «Una povertà indiziaria» l’ha definita nel corso della sua appassionata arringa l’avvocato Gennaro Lettieri, difensore di Mancinelli. «Non abbiamo prova di responsabilità ma solo indizi che non sono né concordanti né univoci» ha detto in aula. Dopo la sentenza così ha commentato: « Si tratta di una vicenda giudiziaria fondata su una voce confidenziale vaga ed irrisolta. Le successive indagini hanno consentito solo di costruire un quadro indiziario privo di certezza ed univocità. Oltretutto, circostanza decisiva, nel dibattimento non è emersa né si è ipotizzata alcuna causale del gesto. Infine il Mancinelli non conosceva il Presutti e non aveva con lui rapporti di sorta». Le motivazioni della sentenza (collegio presieduto da Sergio Umbriano, a latere Lorenzo Prudenzano e Enrico Pompei) tra sessanta giorni.
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