«Attenti ai lunghissimi dibattiti Portano a non realizzare nulla»

15 Agosto 2018

TERAMO. Rettore dell’università di Teramo dal 2013, con piglio deciso ha risollevato le sorti di un ateneo sull’orlo del collasso. Luciano D’Amico non ha esitato a dire, in passato, che Teramo è una...

TERAMO. Rettore dell’università di Teramo dal 2013, con piglio deciso ha risollevato le sorti di un ateneo sull’orlo del collasso. Luciano D’Amico non ha esitato a dire, in passato, che Teramo è una «Ferrari con il freno a mano tirato» e che «ha un blocco psicologico per cui ogni volta che qualche attore prova a immaginare qualcosa di innovativo gli vengono spezzate le gambe».
Il rettore si presta volentieri a dare un contributo al dibattito in corso sull’ospedale unico. «La città viene definita dalle funzioni che svolge per la comunità. Questo significa che le strategie di fondo sono poche e devono essere necessariamente chiare. Ad esempio noi non abbiamo avuto alcun tentennamento a riportare a Teramo tutte le sedi distaccate, perchè accentrare il campus significa definire la città anche come luogo universitario. L'ospedale definisce la città per i servizi sanitari, deve essere un ospedale altamente specializzato perchè funge da polo di riferimento per tutti. E' il motivo per cui una città viene definita nelle sue funzioni».
Interessante l’analisi del meccanismo che si innesca quando in città di devono prendere delle decisioni. «Il limite di Teramo è che se qualcuno propone qualcosa di nuovo – una funzione – il dibattito si incentra su dettagli e particolari. E' ovvio che nessuna soluzione, per qualsivoglia funzione è perfetta e sicuramente ogni soluzione ha degli aspetti mediativi. A Teramo vengono utilizzati questi aspetti mediativi anche marginali per bloccare il progetto. Con il risultato che si perde inutilmente tempo e ancora oggi non c'è un'idea dell’identità della città di Teramo e cioè delle funzioni che Teramo deve svolgere. Insomma, la ricerca della perfezione genera la paralisi».
Ma c’è anche un altro aspetto. «A questo si unisce poi una visione spesso rassegnata di immodificabilità del presente che fa sì che ogni discussione si concluda inesorabilmente con un non far nulla. Forse l'unico antidoto e il motivo per cui questa operazione è riuscita all'università è che una volta che la città decide il progetto strategico, l'esecuzione deve essere affidata a tecnici della materia, così come la soluzione dei problemi particolari che il progetto può comportare. C'è una strana idea di democrazia nella pratica teramana, secondo cui tutti devono dire la loro su tutti i dettagli. Invece non è così. Tutti nelle forme di rappresentanza istituzionale dicono la loro sui progetti strategici, la cui realizzazione poi non è più oggetto di discussione e approvazione democratica ma di ottimizzazione tecnica delle migliori soluzioni del progetto strategico democraticamente approvato e condiviso. Un esempio di fallimento perverso è il caso della cabinovia dell'università in cui bisognava decidere il progetto strategico del collegamento col il quartiere di Colleparco e non delle soluzioni tecniche possibili. Invece si è discusso di tenuta dei pali, di funzionalità dell'opera, di costi di gestione, peraltro sostenuti da altri: il risultato è stata la paralisi, oltre la perdita di finanziamenti e di occasioni». (a.f.)
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