«Basta con i potabilizzatori, c’è acqua buona per tutti»

21 Giugno 2015

TERAMO. La risorsa acqua e il dissesto idrogeologico sono stati i temi del convegno su "Quadro idrogeologico del territorio abruzzese e gestione delle risorse idriche sotterranee" che si è svolto,...

TERAMO. La risorsa acqua e il dissesto idrogeologico sono stati i temi del convegno su "Quadro idrogeologico del territorio abruzzese e gestione delle risorse idriche sotterranee" che si è svolto, ieri mattina, nella sala polifunzionale della Provincia. Un confronto mancato tra esperti e rappresentanti istituzionali, questi ultimi assenti per motivazioni varie ad eccezione di Riccardo Mercante, consigliere regionale M5s. I geologi lamentano il fatto che, nonostante viviamo in una regione ricca di un’acqua che secondo gli studi di William Palmucci del Dipartimento InGeo dell'Università "D'Annunzio" Chieti - Pescara «è di buona qualità negli acquiferi appenninici delle sorgenti di montagna», scelte di opportunità si indirizzano sempre più verso l'uso di potabilizzatori di acqua inquinata.

«Nella nostra provincia, dopo l'intervento di isolamento idraulico tra la sorgente acquifera del Gran Sasso (che ha perso il 60% della portata dopo la costruzione del traforo e che esige un'ulteriore messa in sicurezza) e i laboratori Infn che la contaminarono con lo sversamento di benzene», afferma Leo Adamoli, responsabile della sezione di geologia ambientale della Società geologica italiana, «ogni scelta, in campo idrico, va verso la via della potabilizzazione. L'esempio evidente è il potabilizzatore di Montorio che sfrutta l'acqua stagnante del lago di Piaganini, operazione che costa molto e restituisce un'acqua di scarsa qualità». E a peggiorare lo stato delle cose ci sono le perdite alle condutture idriche, che non solo avvantaggiano l'ingresso dei contaminanti nelle tubazioni, ma sono una delle prime cause del dissesto idrogeologico del nostro territorio. «Questo è un problema urgente da risolvere», aggiunge Adamoli, «l'abbattimento delle perdite nella rete acquedottistica, che nella maggior parte dei casi dipende da tubature ormai datate, permetterebbe il recupero del 40% del volume idrico ed eviterebbe molte frane; le perdite persistenti, infatti, agiscono sul terreno e lo rendono fragile e franoso».

E questa soluzione andrebbe, «accanto alla limitazione dei consumi e la costruzione di serbatoi che accumulano acqua nei periodi di surplus», secondo Sergio Rusi del Dipartimento Ingeo, «a colmare la non compensazione nella disponibilità di acqua che c'è in inverno rispetto all'estate». Ciò che si dovrebbe fare, per gli esperti, è intervenire sull'ammodernamento della rete idrica e individuare sorgenti per l'integrazione delle risorse idropotabili disponibili, come ad esempio l'acquifero dei Monti Gemelli. Bisognerebbe utilizzare l'acqua potabilizzata solo in caso di necessità.

Adele Di Feliciantonio

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