Bimbo morto sul campo di calcio Infermiere rischia il processo

4 Luglio 2018

Pineto, chiusa l’inchiesta bis. Il pm contesta l’omicidio colposo all’operatore della prima ambulanza L’accusa: «Non c’è traccia dell’uso del defibrillatore». Verso l’archiviazione per gli altri tre indagati

PINETO. Nell’Abruzzo del caso Morosini l’utilizzo del defibrillatore scandisce anche la seconda inchiesta sulla morte di Marco Calabretta, il bambino di 9 anni che nel settembre del 2015 si accasciò per sempre mentre giocava a pallone su un campo di calcio di Pineto.
Il pm Stefano Giovagnoni ha firmato l’avviso di conclusione indagando per omicidio colposo uno dei due infermieri a bordo della prima ambulanza, quella non medicalizzata, che quel drammatico giorno arrivò sul campo di calcio.
Secondo la ricostruzione fatta dall’autorità giudiziaria in quell’occasione il defibrillatore non venne usato, ipotesi respinta nel corso dei vari interrogatori sia dall’infermiere sia degli altri presenti. Ma, sostiene la Procura, di quell’uso manca ogni traccia cartacea. La seconda inchiesta è quella nata dalla denuncia fatta dai familiari del piccolo (rappresentati dall’avvocato Giulio Calabretta) e nel fascicolo inizialmente erano stati iscritti tutti i quattro componenti dell’equipaggio, ovvero due infermieri e due aiuto autisti. La Procura, nell’avviso di conclusione, ha stralciato la posizione per gli altri tre per cui, molto probabilmente, si profila una richiesta di rinvio a giudizio.
La prima inchiesta sulla morte del piccolo si è chiusa a febbraio con l’assoluzione del medico del 118 che era bordo della seconda ambulanza arrivata a Pineto per prestare a soccorso. Al medico (che aveva scelto il rito alternativo dell’abbreviato) veniva contestato l’omicidio colposo per il mancato uso del defibrillatore. Ma secondo la consulenza disposta dalla Procura l'utilizzo del defibrillatore avrebbe potuto salvare la vita del bimbo solo se usato entro un determinato lasso di tempo già superato al momento dell’arrivo del medico del 118: da qui la richiesta d’archiviazione fatta all’epoca dalla stessa Procura per il medico poi finito a giudizio con un’imputazione coatta. Una morte quella di Marco, stabilì l’autopsia, provocata da una fibrillazione ventricolare alla cui base c'era una malformazione congenita.
Nelle motivazioni della sentenza di assoluzione del medico il gup Domenico Canosa ha sottolineato come l'uso avrebbe potuto salvare la vita del bimbo solo se utilizzato entro un determinato lasso di tempo già superato al momento dell’arrivo del medico. «L’applicazione del defibrillatore, pur a volerla, ma così non è, ritenere omessa», scrive, «non avrebbe sostanzialmente potuto sortire effetti salvifici se non in una percentuale del 10% (che può ridursi fino a zero qualora si riconduca l’arrivo dell’imputato dopo 3,4 minuti dalla prima ambulanza)».
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