Camera commercio Il voto in Regione scatena la polemica

Di Bonaventura è furioso con i consiglieri di centrodestra D’Alberto: «Teramo continua ad essere penalizzata»
TERAMO. Il voto di martedì in consiglio regionale sulla questione delle Camere di commercio, con la maggioranza (teramani compresi) che ha detto no alla richiesta di sospendere l’iter della fusione Teramo-L’Aquila, scatena un’ondata di polemiche e rischia anche di avere qualche conseguenza politica nel centrodestra provinciale. In favore dello stop alla fusione si era espresso, e speso pubblicamente, il presidente della Provincia Diego Di Bonaventura. Che appare visibilmente contrariato per l’esito della votazione, ma si limita a dire: «Per ora non voglio rilasciare dichiarazioni». Di Bonaventura ha chiesto un faccia a faccia con i consiglieri teramani di maggioranza e c’è da scommettere che non saranno rose e fiori. Uno dei cavalli di battaglia del presidente della Provincia è la debolezza politica del territorio teramano rispetto al resto della Regione, e questa vicenda confermerebbe tale tesi.
Ne è convinto, peraltro, il sindaco di Teramo Gianguido D’Alberto, che ieri ha parlato di «grave, gravissimo schiaffo al territorio e alle sue istituzioni, Comune e Provincia in primis, da parte dell’attuale maggioranza regionale. Bloccare l’iter della fusione serviva ad arrivare a una riflessione ulteriore e a non disperdere un presidio di un territorio in situazione difficile. La situazione delle fusioni delle Camere di commercio è giuridicamente incerta, con un giudizio di costituzionalità in atto. Andando avanti si rischia di produrre danni irreversibili a Teramo». D’Alberto non ha dubbi: «Da parte della Regione c’è un’attenzione minima verso il Teramano, e non da ora. Il nostro territorio era già penalizzato rispetto all’asse Pescara-Chieti, ora rischia di esserlo anche verso L’Aquila. È un indebolimento inaccettabile e non possiamo permetterlo. Andremo avanti e torneremo a chiedere al ministero di fermare questa fusione. In ogni caso, se fusione dovesse esserci, andrà rinegoziata: la sede spetta a Teramo, come recita la legge».
L’assessore regionale Mauro Febbo spiega così il voto di martedì dal punto di vista della maggioranza: «La fusione tra Teramo e L’Aquila è su base volontaria e prende corpo da due distinte ma congruenti deliberazioni dei rispettivi consigli in ordine alla volontà di fondersi in un’unica Camera. Il motivo per cui diverse Camere di commercio hanno impugnato la legge dinanzi alla Corte costituzionale è diverso e deriva dal fatto che la legge, nel caso di mancanza di accordi volontari per la fusione, imponeva la stessa senza una previa intesa della Conferenza Stato-Regioni». Febbo aggiunge: «A seguito di contatti con i vertici nazionali di Unioncamere e Mise, è certo che, anche dopo la pronuncia della Consulta, indietro non si tornerà, perché Governo e Parlamento sono fermi a tenere al massimo 60 Camere». Insomma, sarebbe un processo irreversibile.
Il consigliere regionale della Lega Toni Di Gianvittorio replica al collega del Pd Dino Pepe, che ha accusato i quattro esponenti teramani di maggioranza all’Emiciclo di tradimento degli accordi presi: «Questa intesa di fusione volontaria delle due Camere di commercio è stata fortemente voluta dall’allora governatore Luciano D’Alfonso, della cui amministrazione Pepe era parte integrante. Siamo arrivati ad un punto in cui nulla può cambiare questa decisione, c’è stato anche un incontro con il Governo, il quale ha ribadito che l’unione delle Camere, su tutto il territorio nazionale, si farà e non si può tornare indietro. Oggi l’ex assessore del Pd per discolparsi vuol provare ad abbindolare tutti i cittadini della provincia». Di Gianvittorio sostiene che «anche se nulla è deciso, la presidenza della Camera di commercio dovrebbe spettare a Teramo». E conclude: «Per andare incontro alle richieste della Camera di Teramo, la quale, una volta partito l’iter, avrebbe solo 30 giorni per completarlo, si è deciso di attendere la fine dell’estate per dare inizio ai lavori».(red.te)
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