Caposala in trincea a Milano «Da due mesi senza figlie»

27 Aprile 2020

La testimonianza di una 45enne di Mosciano in servizio al Sant’Ambrogio «Una delle cose peggiori è percepire il senso di isolamento dei malati»

MOSCIANO. I numeri non bastano mai. In questo tempo sospeso che sembra senza fine ci vuole sempre una faccia, una storia. Per capire, per raccontare quello che c’è stato dietro ai numeri. Raffaella Supino ha 45 anni, un lavoro da caposala che da Mosciano l’ha portata a Milano ormai da molto tempo («anche se d’estate torno sempre al mare a Giulianova») e tre figlie. Le più grandi, due gemelle di 8 anni, non le vede da due mesi da quando sono ospiti a casa di alcuni familiari. «Quando tornavo a casa dal lavoro ero terrorizzata dal contagio», racconta, «e allora io e mio marito abbiamo deciso in questo modo. A casa è rimasta quella di tre anni per cui un distacco così sarebbe stato troppo, ma anche lei ha imparato che quando torno dal lavoro non può avvicinarsi. Con le gemelle ci sono le videochiamate, le telefonate, hanno capito e sono brave. Ma sicuramente non è facile per nessuno».
All’ospedale Covid Sant’Ambrogio di Milano da un giorno all’altro Raffaella si è trovata ad organizzare un reparto di chirurgia sul modello di quello di malattie infettive con dei letti di terapia sub intensiva e a vivere uno dei momenti più drammatici della sanità lombarda. «Il reparto è ancora pieno», dice, «ma le dimissioni oggi sono molte di più». Mette insieme rigore professionale e umanità, ricordi e storie. «Da un giorno all’altro abbiamo messo sul campo tutte le professionalità che avevamo con colleghi preparati che hanno dato il massimo non risparmiandosi mai», dice, «per affrontare l’emergenza. Soprattutto quando ti trovi davanti persone malate e sole perché i familiari non possono vederli. Proprio per mantenere questi contatti inizialmente abbiamo riservato ai familiari una linea telefonica da usare per comunicare e successivamente abbiamo consegnato ai pazienti dei tablet per fare delle videochiamate. Una delle cose peggiori del Covid è il senso di isolamento, evidentemente non solo fisico, che comporta». Difficile elencare i momenti che le resteranno addosso per tutta la vita, ma ci sono attimi che le mettono ancora i brividi: «Ricorderò per sempre una donna entrata in condizioni gravi che mi ha detto che sentiva il calore delle mie mani sul corpo nonostante indossassi tre paia di guanti. Quelle parole mi hanno fatto venire i brividi quando le ho sentite e mi fanno lo stesso effetto tutte le volte che ci ripenso». E ora che il peggio sembra passato «anche se la situazione resta di massima di allerta», Raffaella conta i giorni che la separano dal giorno che si sentirà così tranquilla da far tornare a casa le gemelle. Solo allora anche per lei il peggio sarà definitivamente alle spalle.
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