Cianciotta: Teramo unisca le forze per trovare la propria vocazione

TERAMO. Il giornalista teramano Stefano Cianciotta, del Think tank “Competere”, ci ha inviato un intervento che, alla luce dell’annunciato taglio delle prefettura, riguarda «la vocazione della città...
TERAMO. Il giornalista teramano Stefano Cianciotta, del Think tank “Competere”, ci ha inviato un intervento che, alla luce dell’annunciato taglio delle prefettura, riguarda «la vocazione della città e del suo territorio, e il ruolo strategico che Teramo può giocare non solo come centro di servizi territoriali ma soprattutto come contributo ed elaborazione di idee». Ne pubblichiamo un’ampia sintesi.
«L'arretramento dello Stato e della burocrazia statale è un fenomeno ineludibile e inarrestabile, con il quale tutti i territori devono confrontarsi. La nuova organizzazione dello Stato penalizza talvolta i capoluoghi di provincia, ma in altri casi li privilegia, come dimostra la riforma della giustizia che ha accentrato nei tribunali le sezioni distaccate provinciali (vedi Giulianova e Atri). Anche nella rete infrastrutturale e dei collegamenti Teramo ha una posizione sicuramente migliore rispetto ad altri territori.
La decadenza di Teramo e della sua provincia è il risultato scontato di almeno un decennio di mancati investimenti. L'economia di Teramo città, poco incline al terziario e ai servizi, per decenni trainata dall'edilizia e sostenuta dal lavoro impiegatizio e dalle libere professioni, è implosa perché da almeno 15 anni non si è lavorato sulla costruzione di un progetto che ne certificasse l'identità nello scacchiere nazionale. Alcuni anni fa ci provò l'allora sindaco Chiodi a lavorare alla elaborazione di un Piano strategico, le cui conclusioni non lasciavano spazio a fraintendimenti: lo sviluppo di Teramo sarebbe passato attraverso il rapporto sinergico tra l'Università, i centri di ricerca e il territorio. Quest'ultimo, infatti, esprime numerose eccellenze proprio nella ricerca e nell’innovazione, che tuttavia non appaiono connesse tra di loro. Da allora il dibattito sulla costruzione dell’identità di Teramo si è arenato e la crisi economica ha solo accentuato e accelerato un declino del capoluogo cominciato a metà degli anni Novanta con lo smantellamento della caserma e la chiusura di presidi come Telecom, Banca d'Italia ed altri ancora.
Il lavoro culturale e creativo è cambiato e più ancora cambierà nei prossimi anni, sviluppando e facendo crescere altre e nuove forme produttive. Questo tema, sul quale la Cei e l'Agenzia del Demanio hanno chiamato a raccolta a Torino in questo fine settimana urbanisti, sociologi ed economisti italiani, passa attraverso atti di programmazione politica ed amministrativa, che devono includere percorsi di rigenerazione urbana, perché si possano creare spazi e contenitori utili a questo processo di aggregazione e interconnessione dei saperi (professioni, istruzione, ricerca, alta formazione). Il problema, quindi, non è avere qualche segmento di apparato pubblico dislocato in città (la cui permanenza è comunque auspicabile e su questo la politica locale deve assumere una responsabilità diretta), quanto favorire lo sviluppo di tutte le positive energie della città e del territorio provinciale, per assumere un ruolo di leadership riconoscibile non solo di tipo amministrativo e burocratico, ma come vettore che abbia una connotazione chiara sulla propria vocazione.
Il tema vero, quindi, sul quale si gioca il futuro della nostra città è: quali saranno le caratteristiche che tra venti anni renderanno riconoscibile e riconosciuta Teramo?».
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