Claudia e la gioia del perdono «L’ho imparato da mio marito»

Parla la vedova dell’appuntato di Notaresco, Santarelli, ucciso in servizio da un ragazzo «Quest’anno Antonio avrebbe compiuto 50 anni, amava il suo Abruzzo e la divisa da carabiniere»
TERAMO. Sette anni dopo l’uomo che non c’è più è in mille pensieri, azioni, ricordi. Perché tra il dolore e la rabbia resta uno spazio infinito: quello per trovare un senso e continuare a vivere. Ci finisci all’improvviso. Lo sa bene Claudia Francardi, occhi e sorriso che non si dimenticano a raccontare in giro per l’Italia una storia diversa. Di perdono e riconciliazione, di vittime e assassini. Oggi suo marito, l’appuntato Antonio Santarelli partito da Notaresco per fare il carabiniere in Toscana, avrebbe 50 anni. Se n’è andato per sempre nel 2012 dopo un anno di coma, massacrato a colpi di bastone dall’allora 19enne Matteo Gorelli fermato per un controllo dopo un rave party. Gorelli dopo una prima condanna all’ergastolo sconta una sentenza definitiva a vent’anni nel carcere milanese di Bollate, studia all’università per diventare educatore e spesso incontra Claudia. Perché Claudia abbatte i luoghi comuni senza buonismo quando in un’aula di tribunale incrocia lo sguardo dell’assassino di suo marito, quando da mamma parla con Irene, la madre dell’altro. Insieme fonderanno l’associazione “Amicainoabele”, gireranno l’Italia per raccontare la loro storia, parleranno nelle scuole di «giustizia riparativa», di carceri e detenuti da reinserire. Lei senza mai dimenticare, ma guardando oltre. «Perché è stato un percorso lungo e difficile. Solo chi ha vissuto una situazione così può capire e per me è stata una forte esigenza di riappacificazione» dice Claudia, 48 anni, un lavoro in banca e un figlio di 20 che ne aveva poco meno di 14 quando il padre venne ucciso. Oggi Niccolò è uno studente universitario al secondo anno di chimica e con sua madre vive vicino Grosseto, nella casa in cui tutto parla di Antonio. A cominciare dalla medaglia al valor civile arrivata qualche anno fa dalla Presidenza della Repubblica.
Suo marito a luglio avrebbe compiuto 50 anni, un’età di traguardi e bilanci. Per la vita privata e per quella professionale. Cosa avrebbe detto di questa sua scelta?
«Antonio era un carabiniere molto legato al suo lavoro, al senso di giustizia. Forse non mi avrebbe capito dall’inizio, ma poi avrebbe compreso. Perché era un buono, un illuminato, da carabiniere credeva con tutto se stesso nel recupero degli adolescenti, nella possibilità di reinserimento dei giovani. L’ho sempre sentito molto vicino in quello che ho fatto. Nella nostra famiglia siamo tutte persone molto aperte. Io non credo di aver fatto una cosa particolare, credo sia una cosa che tutti possono fare. Questo è uno degli obiettivi della nostra associazione: io e Irene ci mettiamo a disposizione perché altri possano seguirci. Credo che oggi più che mai sia importante parlare di giustizia riparativa».
E suo figlio ha capito la sua scelta?
«Niccolò mi riempie la vita. Ha capito la mia scelta e io mi sono sentita più libera nell’affrontare il mio percorso. Che non è stato facile perché nelle cose bisogna trovarsi fino in fondo per capire che la vita si può stravolgere e ti può stravolgere da un momento all’altro. E allora bisogna ricominciare, ripartire, darsi e dare una seconda possibilità. Perché passata la rabbia, passato il momento del “perché proprio a me”, capisci che la vita è un attimo. Con la nostra associazione vogliamo portare ai genitori, ai ragazzi e chiunque si senta schiacciato dal senso di colpa per qualcosa che ha fatto e non avrebbe voluto fare l’esperienza del nostro percorso di riconciliazione».
Suo marito è morto dopo un anno di coma. Quale ha pensato fosse l’epilogo meno doloroso?
«Io sono una donna di fede e quindi penso che ci sono scelte che non appartengono a noi e che noi possiamo solo accettare. Mio marito era uno che credeva fermamente in quello che faceva, che credeva nell’impegno quotidiano dell’Arma, nei valori trasmessi. Faceva il suo lavoro con il cuore e con il rispetto delle regole. Era un uomo giovane che avrebbe potuto dare ancora molto alla società civile di questo paese. Ecco, mio marito era un uomo che credeva nei valori della società civile, nel rispetto delle regole e nei valori da trasmettere con il cuore. Se fosse vivo oggi continuerebbe a fare il carabiniere fiero di esserlo».
In questi anni, anche dopo la sua scelta, che tipo di rapporto ha avuto e continua ad avere con i carabinieri?
«L’Arma mi è stata sempre molto vicina. La sua presenza costante e continua in questi anni ha accompagnato me e mio figlio. Mi è stata vicina a livello nazionale e a livello territoriale in Toscana come in Abruzzo, nel Teramano. Una presenza che io e mio figlio abbiamo sentito molto».
Lei continua a vivere in Toscana. A Notaresco vivono i familiari di suo marito. Che rapporto ha mantenuto con il Teramano?
«Un rapporto molto bello e assiduo perchè Antonio amava la sua terra, le sue origini, la sua famiglia. In questi anni, poi, in molte località della zona hanno intitolato delle piazze a mio marito e questo ci commuove perché continuano a raccontare il mio Antonio, quello che era e i valori che voleva trasmettere. Con lui ho trascorso momenti bellissimi in Abruzzo e in particolare nel Teramano, ma anche ora che non c’è più la sua terra continua a parlarmi di lui».
Quindici anni di matrimonio e venti di conoscenza, un figlio e valori condivisi nel quotidiano. Dopo otto anni che cosa le manca di più di suo marito?
«Mi manca lui. Mi manca nelle piccole e grandi cose, da genitore soprattutto nelle occasioni importanti di mio figlio. Ma mi manca anche nelle piccole cose: quando ascolto una canzone, quando faccio una passeggiata, quando mi fermo a guardare il cielo sopra di me. Ed è un ricordo dolce, mai disperato. Ecco, anche in questo lui continua ad esserci».
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