«Colleghi Tercas, torniamo ad essere quelli di una volta»

Lettera aperta di una dipendente della banca: ora basta con paure ed egoismi, facciamo gruppo e ripartiamo
TERAMO. «In ricordo di ciò che eravamo: ai colleghi Tercas». È questo il titolo della lettera aperta che Marta Di Daniele, giovane dipendente della Tercas e figlia del compianto Giacomino, a sua volta dipendente per molti anni dell’istituto, ha fatto avere al “Centro” perché fosse pubblicata. È la prima voce che arriva dall’interno della banca da quando (primavera 2012) si è aperto il periodo buio del commissariamento, concluso poche settimane fa con l’acquisizione del gruppo bancario da parte di Banca Popolare di Bari. È una voce ricca di sentimento ed emotività, toccante ma non per questo meno utile a comprendere cos’è stato, in questi due anni, il piccolo universo dei dipendenti Tercas. Ed è, soprattutto, un appello ai colleghi a lasciarsi alle spalle paure ed egoismi per tornare a condividere i valori che, secondo Marta, hanno reso Tercas la grande banca autonoma che era e, almeno quanto ad autonomia, non sarà più.
«Mi permetto di rubarvi due minuti con semplici parole dettate dall'anima. Vi chiederete perché solo ora... Ma mi aspettavo una lettera, un comunicato da parte di chiunque esso sia (direzione, sindacati, ufficio del personale…) e dopo aver atteso qualche giorno mi sono svegliata di notte e ho buttato giù due righe. Sono figlia di Giacomino Di Daniele che ha creduto nei valori alti che hanno reso questa banca ciò che eravamo, "la famiglia". Queste parole le devo a lui. È l'unico atto che posso fare, è il mio riscatto per non essere spettatrice e basta. I suoi più grandi insegnamenti erano: avere coraggio, essere umili, il forte senso di responsabilità, di libertà di scelta e di pensiero e l'altruismo (ormai scomparsi negli ultimi anni...)
C'era sempre gioia nei suoi occhi anche nei momenti drammatici. La banca l'ho vissuta dai suoi racconti che riportava a casa, oltre che dalla mia esperienza. Le nottate dei fantastici 31 dicembre a far quadrare "alla lira". Negli anni dove si è costruita la Tercas. Solo mia madre ne sa qualcosa ... perdendolo già anni prima della morte. Solo lei sa cosa significa aspettarlo di notte, perché in giro per le filiali a spiegare il programma, a fare corsi, con la voglia di render partecipi tutti, di formare il personale e istruirlo. Il Progetto "Puma"… parole che ricordo lontane, mondi che ricordo lontani. Credeva nel sindacato, unico mezzo per difendere i diritti del lavoratore. Grazie alle sue battaglie, al senso civico, oggi possiamo usufruire di diritti per noi scontati.
Ciò che è accaduto ci ha allontanati dal fare la nostra banca. In questi due folli, inevitabili anni, hanno regnato la paura, la diffidenza, l'arroganza. Siamo cambiati. Dal primo all'ultimo in grado. Sono uscite solo le parti negative, siamo diventati scontrosi, egoisti. Chiusi in noi stessi per paura che qualcuno potesse "fregarci" o metterci in cattiva luce davanti ai superiori…
Per fare in modo che ciò che ci ha distrutti non continui a vincere, dobbiamo ricordarci cos'eravamo. Nei primi anni di lavoro, alzavo la cornetta e sapevo che per ogni problema c'era un collega pronto ad aiutarmi. Mi sentivo protetta, rassicurata; sapevo che lo scopo di chi mi ascoltava era fare in modo che capissi quale fosse il modo giusto di lavorare, che capissi come evitare gli errori. Eravamo eleganti. Ci si aiutava perché parte di un comune sogno: lavorare con onestà e tranquillità! Arrivare allo stipendio con stile. Assistere, guidare e sostenere la nostra più grande risorsa: il cliente.
Vi invito, a prescindere dagli eventi, a credere cosa, nonostante tutto, possiamo tornare ad essere. Le nuove leve o chi proviene da altre realtà, non hanno idea di cosa stia scrivendo,perché non ci hanno mai conosciuto. Noi non siamo solo numeri che fanno numeri!
Forse solo chi ha avuto l'onore di aver incontrato mio padre lo può assaporare… dopo quasi vent'anni dalla sua morte, incontro colleghi che nel solo nominarlo si commuovono. Ecco, lui era l'emblema di ciò che eravamo. Ci credeva e amava il suo lavoro. Sarò nostalgica e romantica ma ritengo che fare gruppo sia l'unico punto di forza per tornare a sorridere. Ho incontrato persone splendide che non sempre riconosco… Ognuno ha la propria coscienza e sa nel suo cuore della responsabilità che si è avuta negli anni trascorsi. Ma non critico, non sono nessuno e mi appello alla morale, alla lealtà e all'onestà intellettuale. Ognuno è padrone della sua vita, ed è cosciente che le scelte portano a conseguenze... Mi permetto di osannare noi, uomini e donne onesti, che abbiamo difeso con le mani e con i denti l'indifendibile. Mi permetto di dirci grazie e farci un applauso immaginario... a noi onesti che abbiamo solo subito, e che non ci riconosciamo con tutto ciò che è accaduto. Che rinneghiamo con forza ciò che ha distrutto questa banca! Vi lascio riflettere con le semplici parole di mio padre: “… spero che mia figlia riesca a capire il valore della vita e l'importanza di viverla per qualcosa. Spero che non avrà paura di donarsi agli altri e al mondo. Spero che non si tirerà indietro nel momento della lotta ma che la cercherà per gli altri”».
Marta Di Daniele
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