Coppi e gli anni teramani «Qui la prima cattedra, porto nel cuore la città»

10 Giugno 2023

Il grande penalista ha insegnato negli anni Settanta a Giurisprudenza «Gli studenti mi bucavano le gomme ma non li ho mai denunciati»

TERAMO. La storia grande fa i suoi giri tra palazzi e metropoli, quella di tutti i giorni si consuma altrove. Come in una piccola facoltà di giurisprudenza dove negli anni settanta a insegnare diritto penale c’è Franco Coppi, destinato a diventare uno dei più grandi penalisti italiani il cui nome si sarebbe incrociato con le difese di Giulio Andreotti, di Silvio Berlusconi e con tanti grandi casi di cronaca. E sono i ricordi di quell'indimenticato periodo teramano «di una città che porto nel cuore perché qui ho avuto la mia prima cattedra, di posti che porto nel cuore come la cattedrale che stamane ho rivisitato» a riannodare i fili della memoria di Coppi – oggi professore emerito di diritto penale alla Sapienza – nel giorno in cui l’aula magna dell’ateneo teramano ospita la cerimonia delle Toghe d’oro.
Alla cronista che lo avvicina Coppi riserva la conferma dell’aneddoto ricorrente tra i suoi allievi di allora oggi diventati quasi tutti avvocati. In quegli anni di docenza teramana più volte a fine lezione si sarebbe ritrovato con le gomme della macchina bucate. «Erano gli anni settanta, anni di grandi contestazioni», ricorda, «gli studenti chiedevano la liberalizzazione del piano di studi e lo facevano anche bucando le gomme». Alla domanda se abbia mai presentato denuncia risponde: «Mai denunciati, ma su quegli episodi ho svolto delle lezioni agli stessi studenti».
Alla folta platea dell’aula magna Coppi riserva il discettare sapiente e ironico di chi riesce a tenere la scena come pochi altri con una lectio magistralis che spazia da Piero Calamandrei a Paul Verlaine. «Gli avvocati devono avere due grandi doti», dice, «la lealtà e la mancanza di paura. Penso agli avvocati francesi che difesero Luigi XVI quando le teste fioccavano, penso all’avvocato che attraversò l’Italia devastata dalla guerra per difendere uno dei componenti del Gran Consiglio. Oggi il messaggio che arriva dal legislatore (il riferimento è alla riforma Cartabia sulle discussioni orali (ndr)) è che in Appello e in Cassazione si possa fare a meno dell’avvocato. Oggi più che mai l’impegno è a difendere la toga e per questo ai giovani dico: la parola adoratela».
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