Covid, l’appello di chi ce l’ha fatta: «È stato un inferno, vaccinatevi»

L’ex politico Renato Rasicci e il pizzaiolo Don Franchino: «Fatelo senza perdere altro tempo» Da Giulianova i due fratelli che hanno perso entrambi i genitori: «È un dovere per sé e per gli altri»
TERAMO. C’è qualcosa che accomuna i sopravvissuti al Covid: la consapevolezza che niente sarà come prima. Perché per chi ha trascorso giorni intubato o sotto il casco dell’ossigeno è cambiata la scansione del tempo, lo sguardo sugli altri, gli orizzonti quotidiani. E dalle voci di chi ha attraversato questi mesi come una tempesta arrivano gli appelli a vaccinarsi nei giorni in cui i numeri teramani raccontano di una campagna sempre più in stallo con un crollo delle prenotazioni. Appelli come quello di Franco Cardelli, 54 anni, di Castellalto, per tutti Don Franchino, conosciutissimo pizzaiolo a livello nazionale e internazionale, tornato a vivere dopo 40 giorni da intubato. O come quello di Renato Rasicci, 64enne medico dentista di Alba, ex vice presidente della Provincia, che si è ripreso la vita dopo un mese di ricovero tra malattie infettive e rianimazione Covid.
Dice Cardelli che a un anno di distanza ha nella voce i segni di una sofferenza che non passa: «Faccio ancora fatica a parlare perché dopo essere stato intubato per così tanto tempo ho subito un restringimento della trachea. Il Covid mi ha insegnato che la vita è un attimo ma anche che le battaglie si possono vincere. Il vaccino serve a questo, a vincere una battaglia. Lo dobbiamo a noi stessi, lo dobbiamo agli altri, lo dobbiamo all’essere parte di una società. Io, nonostante abbia avuto il Covid, ho fatto due dosi di vaccino perché era passato troppo tempo dalla malattia. A chi mi chiede del vaccino racconto che cosa è il Covid, la fame d’aria che ti lascia, la paura della malattia che non ti abbandona più. Basta e avanza per farsi il vaccino senza perdere altro tempo».
Forza e determinazione sempre, anche quando tutto sembrava poter finire da un momento all’altro e la stanza di un ospedale l’ultimo posto di una vita. «Se mi chiede se ho mai pensato di non farcela le dico no perché anche nei momenti più difficili io non ho mai smesso di credere che sarei tornato nella mia pizzeria» conclude Cardelli.Per i sopravvissuti al Covid ricordare è un antidoto alla paura di riammalarsi. «La paura è sempre tanta», dice Rasicci tornato a casa a febbraio dopo un mese di ospedale, «ma per fortuna mi sono ripreso la vita con la famiglia, il lavoro, gli amici. Penso che tutti dovrebbero vaccinarsi non solo per sè stessi ma per gli altri. Io ho fatto una sola dose visto che ho avuto il Covid. Da ex malato e da medico penso che oggi sia l’unica cosa da fare perché a tutti potrebbe succedere quello che è successo a me. A febbraio sono finalmente tornato a casa dopo un mese di ospedale. Ricordo che ci ero andato perché mi sentivo un po’ affannato e in ospedale ho scoperto di avere già una polmonite interstiziale molto diffusa. Dopo settimane di ventilazione assistita per l’ossigeno, anche con la maschera C-pap, ero sul punto di essere intubato. Ma sono stato fortunato perché il reparto di malattie infettive dell’ospedale di Teramo è un’eccellenza e mi ha salvato la vita. Il resto è la rianimazione Covid, le dimissioni, la lunga riabilitazione a casa sia polmonare che per i muscoli e tante conseguenze che probabilmente non passeranno mai. Quelle del fisico ma soprattutto quelle dell’anima perché quando sfiori la morte il dopo non è mai come prima».
Lo sanno i sopravvissuti al Covid e lo sanno quelli a cui la pandemia ha strappato per sempre gli affetti più cari. Un lungo elenco di figli, mamme, padri, amici. Tra questi anche i fratelli Armando e Igor Ianni, di Giulianova. A loro il Covid ha portato via papà Marcello e mamma Alfredina, 76 71 anni, morti a distanza di un mese dall’altro. Una famiglia, la loro, molto conosciuta perchè proprietaria di una storica azienda di organetti che i fratelli hanno deciso di mantenere aperta per proseguire la tradizione dei genitori. «Papà e mamma erano due persone meravigliose legate da un grande amore che hanno trasmesso a noi figli e più il tempo passa e più la loro assenza pesa. Noi ci siamo vaccinati tutti così come le nostre famiglie e invitiamo tutti a farlo. Lo dobbiamo a noi e agli altri. Abbiamo imparato sulla nostra pelle che il Covid uccide. Nel periodo nero del lockdown tutti abbiamo sperato che ci fosse il vaccino ed ora che c’è ed è a disposizione di tutti bisogna farlo. Per noi stessi e per gli altri». Perché quando il mondo si ferma serve il coraggio di tutti per farlo ripartire.
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