Crac Curti-Di Pietro, disputa in aula sulla presunta corruzione

21 Marzo 2015

Il curatore di una delle aziende fallite conferma che gli vennero offerti 40mila euro per non svolgere tutti gli accertamenti, ma la difesa contesta la sua deposizione. Spunta anche un processo “parallelo”

TERAMO. Si è incentrata sul presunto tentativo di corruzione del curatore fallimentare della Dft Grafiche da parte di Maurizio Di Pietro l’udienza di ieri del processo bis sul crac Curti-Di Pietro. I due imprenditori – oltre a Di Pietro, Guido Curti– devono rispondere di violazioni fiscali (il solo Di Pietro anche di tentata corruzione) in riferimento ad aziende fallite e di cui erano amministratori di fatto, le stesse aziende per le quali sono già stati condannati a sei anni per bancarotta nel precedente processo. Di questa imputazione deve rispondere invece il commercialista Carmine Tancredi, consulente dei due imrenditori; nel processo son impitati anche Antonio Zacchei, Marco Paolo Di Anastasio, Luciano Seghetti e Loredana Cacciatore.

Il presunto tentativo di corruzione è stato rievocato dal curatore fallimentare della Dft Grafica Milco Fasciocco, il quale ha riferito al tribunale –presieduto da Franco Tetto, a latere Sergio Umbriano ed Enrico Pompei – che Di Pietro si era presentato nel suo studio, pur non avendo formalmente niente a che fare con la Dft, facendogli intendere che gli avrebbe dato una cospicua somma di denaro se non avesse approfondito la ricostruzione del fallimento. «Mi disse che non dovevo fare quello che stavo facendo», ha detto il curatore nella sua testimonianza, «e mi offrì dei soldi, 30-40mila euro. Finì lì: io gli risposi che non prendevo e non davo mazzette». Fasciocco ha anche ricostruito i motivi del fallimento dell’azienda: una serie di assegno, per un ammontare di oltre 2 milioni 600mila euro, firmati dal’amministratore Antonio Zacchei a favore di se stesso che avevano di fatto determinato lo stato di insolvenza della società. Questi soldi provenivano, secondo quanto riferito dal curatore, da bonifici della Sirius srl, altra società di cui Curti e Di Pietro sarebbero stati gli amministratori di fatto, versati a fronte di fatturazioni ritenute inesistenti.

La ricostruzione del tentativo di corruzione è stata contestata dalla difesa di Di Pietro, secondo cui Fasciocco durante le indagini aveva dato una versione differente dei fatti, dicendo che l’offerta di denaro da parte di Di Pietro non fu affatto esplicita; inoltre lo stesso curatore –sempre secondo la difesa – aveva manifestato pubblicamente dei pregiudizi contro i due imprenditori, definendoli dei «poco di buono». Il processo è stato aggiornato al 10 aprile dopo che il pm Irene Scordamaglia ha modificato il capo di imputazione per Tancredi, contestandogli ulteriori accuse.

Intanto è diventata definitiva la sentenza di un altro processo –anche questo condotto dal giudice Tetto – che casualmente si intreccia con il processo bis per Curti e Di Pietro. Si tratta dell’assoluzione degli amministratori di una società, la Jet Service di Giulianova, i fratelli Barbara e Andrea Iozzi, difesi dagli avvocati Ernestina Portelli ed Eugenio Galassi, accusati di evasione fiscale per non aver dichiarato tutte le attività dello loro società. Tra queste, fatturazioni per oltre 3 milioni di euro alla Mg Costruzioni, altra società amministrata di fatto da Curti e Di Pietro. I due imprenditori, insieme ad altri, sono accusati di avere fatto operazioni inesistenti anche nei confronti della Mg Costruzioni. Nel processo Iozzi queste fatturazioni risultano dagli accertamenti della Finanza, ma il giudice non li ha ritenuti sufficienti per determinare una sentenza di condanna.(e.a.)

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