Cultura, una miniera di fondi inutilizzata

Progetti europei, pochissimi quelli finanziati in Abruzzo
TERAMO. Fondi europei per la cultura, una miniera d’oro quasi inaccessibile per gli abruzzesi. La scarsa capacità, per usare un eufemismo, a intercettare questo tipo di risorse è tutta nei numeri. Nel periodo 2007-2013 dei 616 progetti finanziati, 71 erano italiani (un solo capofila abruzzese) con 180 organizzazioni partecipanti, di cui 10 abruzzesi. E nel biennio 2014-2016 non è andata tanto meglio: per il programma “Europa creativa”, uno dei più utilizzati, sono solo tre le organizzazioni abruzzesi coinvolte (due teramane e una aquilana), per 125mila euro arrivati in regione.
Non sarebbe poi così difficile fare di più. A spiegare come è Mauro Vanni, esperto in progettazione europea, project manager di Civica e presidente di Itaca. La situazione è diversa fra fondi diretti e fondi indiretti. I primi sono gestiti direttamente da Bruxelles, i secondi passano attraverso bandi delle Regioni. «Per questi ultimi in Abruzzo la situazione sta migliorando, anche se in generale in Italia non si riescono a rispettare gli obiettivi di spesa e si perdono risorse», spiega Vanni, «per la gestione diretta dall’Italia arrivano tante domande ma abbiamo tassi di successo bassi, il 7-8%. Ci sono Stati che riescono ad arrivare al 50%». Secondo Vanni innanzitutto c’è un problema di accesso alle informazioni, spesso ridondanti o inutili. «L'associazione culturale, la Pro loco, la piccola impresa difficilmente riescono a orientarsi nel gergo comunitario. Altro problema è rappresentato dal basso livello qualitativo dei progetti: vanno scritti e strutturati in un certo modo. Bisogna lavorare per lo sviluppo di capacità adeguate in quest’ambito. In Italia manca la cultura del progetto: noi lavoriamo sull’emergenza. La programmazione europea è fatta per un orizzonte pluriennale: noi prepariamo il progetto nei 30 giorni prima della scadenza del bando. Altra variante importante è il cofinanziamento, i fondi europei non coprono il 100%, è necessario un confinanziatore e le piccole realtà non riescono a superare quest’ostacolo. Ci vorrebbe maggior partecipazione di imprese e banche come sponsor». Ma anche delle istituzioni, che in altri Paesi cofinanziano i progetti validi. Altro scoglio è che spesso non parliamo inglese e cercare gli indispensabili partner in Europa diventa difficile: «ci vogliono tempo, contatti, una rete di supporto che in parte esiste e a volte non fa fino in fondo il proprio dovere», osserva Vanni. E poi è importante l’oggetto del progetto: «Attività ricorrenti e ordinarie non possono essere oggetto di finanziamento europeo, ci dev’essere un elemento di innovazione e interesse a livello europeo. Scambiamo spesso il locale col localismo. Bisogna far crescere la cultura».
Per accedere alla miniera Vanni ritiene che ci sia bisogno di un coordinamento, che punti su pochi progetti ma di qualità. Potrebbe essere della stessa Regione e o di privati ma «se andiamo in modo spicciolo come un'armata Brancaleone non risolviamo nulla».
Tornando ai fondi indiretti, cioè gestiti dalla Regione, in Abruzzo «linee di intervento esplicite per la cultura non ci sono. La Regione ha puntato su altre priorità». Eppure, fa notare, in una regione che dovrebbe puntare molto sul turismo, l’abbinata con la cultura è vincente, sia in termini di Pil che di occupazione. «Peraltro in media 36-40% della spesa turistica è attivato dalla cultura. Ormai le scelte sono state fatte, però ancora si può agire sui fondi diretti. Se il numero dei progetti approvati aumentasse si potrebbe avere impatto interessante sull'economia. Fino a dicembre 2020 l'Europa ha molto da spendere».
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