D’Ascenzo, vita dedicata al 118: va in pensione dopo 43 anni

29 Agosto 2021

Lascia dal 1° settembre lo storico infermiere che è stato uno dei fondatori del servizio di emergenza: «In ogni tragedia ho incontrato le vite degli altri e tutte mi hanno insegnato a fare sempre meglio»

TERAMO. Il servizio del 118 creato dal nulla con il medico Gaetano Pallini, quelle 25 ore inchiodato a una radio per i soccorsi nella notte più lunga del terremoto aquilano, i viaggi in Moldavia contro la tratta delle bambine: ci sono gesti e facce che non si scordano.
In un mondo che tutto centrifuga e troppo anestetizza abbiamo sempre più bisogno di facce che di numeri senza nome per trasformare statistiche in vita vera. Come quella di Sergio D’Ascenzo, 60 anni, teramano, storico infermiere del 118 che dal 1° settembre andrà in pensione dopo 43 anni di servizio. Perché l’impegno è una cosa difficile. È coraggio, tenacia, passione, fatica. Non dura un giorno, non si esaurisce in un gesto. È in ogni giorno che viene e negli altri che arriveranno. Quando nel 1977 il giovane infermiere D’Ascenzo iniziò al pronto soccorso dell’ospedale di Atri il soccorso d’emergenza era qualcosa di visto nelle grandi città: Bologna, Roma, Milano. «In Abruzzo non c’era e all’Asl di Teramo abbiamo lavorato fino a diventare un’eccellenza da questo punto di vista a tal punto che siamo diventati formatori». Lui e Gaetano Pallini, scomparso l’anno scorso, uno dei fondatori del 118 in Abruzzo, per anni dirigente del servizio a Teramo. «Io giovane infermiere e lui giovane medico ci eravamo incontrati la prima volta al pronto soccorso dell’ospedale di Atri», racconta D’Ascenzo, «stesso modo di vedere le cose, stesso modo di organizzare soprattutto nel caos di una emergenza. Questa unità di vedute ci ha fatto diventare una squadra ognuno nel primo campo. Lui sapeva quello che volevo io e io quello che voleva lui».
Come quella notte dell’ aprile 2009 quando il terremoto ingoia L’Aquila. Pallini è uno dei primi ad arrivare in città con la colonna di soccorsi partita da Teramo. D’Ascenzo, che conosce bene il capoluogo perchè per anni ha accompagnato i suoi tre figli al conservatorio aquilano, per oltre 25 ore resta inchiodato alla radio, l’unico collegamento possibile nell’attesa che gli altri vengano ripristinati, a coordinare i soccorsi. «Di recente ho rivisto una dottoressa con cui mi sono sentito quella notte», ricorda, «e mi ha ridetto la stessa cosa che mi dice tutte le volte che ci incrociamo: meno male che c’eri tu che conoscevi le strade. Per questo in molti casi siamo riusciti ad arrivare in tempo per salvare vite. Ogni tragedia mi ha insegnato tanto». Una esperienza forte, impossibile da dimenticare che diventa altro bagaglio da mettere al servizio degli altri come il corso in Israele proprio per il soccorso di emergenza. D’Ascenzo che ora è docente di primo soccorso, negli anni ha formato decine di istruttori Blsd (abilitazione all’uso del defibrillatore) del 118. «La Asl teramana ha sempre fatto scuola nell’emergenza», continua, «la richiesta di lasciare ad altri questo bagaglio non è caduta nel vuoto. Con un accordo tra Asl e università ho fatto, insieme ad altri, dei corsi per formare operatori dell’emergenza che si stanno concludendo in questi giorni».
Dal 2017 D’Ascenzo è anche infermiere di elisoccorso. «E anche questa volta l’emozione è stata tanta», racconta, «perché dal gennaio 2017 ho sostituito quello che per tutti resta il grande Peppe». Un’altra tragedia perchè Peppe è Giuseppe Serpetti una delle sei vittime dell’elicottero del 118 precipitato a Campo Felice la mattina del 24 gennaio 2017 dopo un soccorso. «Un’altra coincidenza particolare della mia vita» dice D’Ascenzo. Che, come tantissimi altri suoi colleghi, non si risparmia nel fronteggiare la pandemia ed è tra i primissimi contagiati del 118 teramano con tanto di ricovero in ospedale per una polmonite.
Sposato, padre di tre figli e nonno di due nipotini, D’Ascenzo ogni anno macina chilometri per portare aiuti in Moldavia, dagli alimenti alle medicine, e salvare ragazze dalla tratta con la sua associazione umanitaria Kerigma fondata a Isola nel 1995. «La Moldavia è un Paese schiacciato fra Romania e Ucraina, su una linea di faglia in cui si scontrano periodicamente la placca dell’Unione Europea con quella della Federazione Russa», dice, «in mezzo una povertà sempre più estesa con interi villaggi ormai ridotti alla fame, assenza totale di assistenza sanitaria e con i più piccoli che pagano il prezzo più alto. Il fenomeno della tratta delle bambine è impressionante. Ogni anno in centinaia vengono rapite da organizzazioni criminali che gestiscono il traffico della prostituzione a livello internazionale, vengono rinchiuse in strutture e stuprate fino a quando non vengono annientate nel corpo e nell’anima e poi vendute come prostitute. Tutte le volte che andiamo e facciamo il giro dei villaggi la realtà con cui mi imbatto è sempre peggiore di quella che ho lasciato la volta precedente». Con la pandemia i viaggi sono diventati sempre più difficoltosi, ma a settembre è già pronto un nuovo carico. Di cibo, abiti, farmaci e speranza.
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