Dal caso Trentacarlini a quello Fadani

I precedenti: il padre stroncato da infarto dopo la lite con il figlio e l’imprenditore ucciso da un pugno
TERAMO. Per il codice penale l’omicidio preterintenzionale è quello commesso «oltre l’intenzione». Il colpevole vuole solo picchiare, percuotere o comunque provocare lesioni alla vittima, senza volerla uccidere: a causa delle conseguenze delle ferite, però, l’esito è mortale. Nel Teramano la cronaca racconta due casi particolari di preterintenzionale: nel 2006 quando l’80enne Antonio Trentacarlini morì stroncato da un infarto dopo una violenta discussione avuta con il figlio Eddy nel corso della quale era stato picchiato ed era caduto a terra; nel 2009 quando il 39enne imprenditore Emanuele Fadani morì dopo un pugno sferrato da un rom durante una lite in strada.
Nel primo caso Eddy Trentacarlini, al termine di un rito abbreviato, è stato assolto per incapacità di intendere e di volere. L’uomo soffriva di disturbi psichici e quella sera di giugno la lite con il padre era scoppiata per il suo rifiuto di prendere i medicinali prescritti dai medici. Quando il padre lo rimproverò per non averli presi scattò una violenta discussione. Il figlio colpì il padre con pugni e schiaffi. Dopo una ventina di minuti l’anziano di accasciò a terra stroncato, accertò l’autopsia, da un infarto. Molto probabilmente conseguenza del forte stress subito.
Nel caso Fadani, quello che dieci anni finì sulle cronache nazionali per i violenti tafferugli scoppiati ad Alba contro la presenza dei rom, l’omicidio preterintenzionale è stato confermato in Cassazione. Nel 2013 i giudici della Suprema Corte hanno dichiarato inammissibili i ricorsi della difesa confermando la condanna di secondo grado per Danilo Levakovic e Sante Spinelli: i due rom assolti in primo grado e condannati in secondo per concorso in omicidio preterintenzionale stanno scontando dieci anni di reclusione come Elvis Levakovic, il giovane rom con cui erano quando, la sera del 10 novembre 2009, quest'ultimo sferrò il pugno mortale all'imprenditore. Per i giudici d'Appello, infatti, i due quella notte erano con Elvis e sono moralmente responsabili. «La caratteristica che mette insieme il concorso morale dei tre», hanno scritto nelle motivazioni i magistrati dell'Aquila, «oltre al colpo sferrato da uno solo è l'agire congiunto».(d.p.)
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