Del Fuoco, vita contro il crimine «Che sfide con la banda di Viccei»

27 Dicembre 2015

Per vent’anni ha diretto la squadra mobile della questura con uno storico gruppo di poliziotti Una volta, fuori servizio, disarmò l’uomo che minacciava una strage dopo aver ucciso il suocero

TERAMO. Ci si può mettere sull’attenti anche davanti ad un’emozione. Perchè quando Matteo Del Fuoco, storico capo della squadra mobile di viale Bovio, ricorda il suo gruppo il pensiero va a chi non c’è più. E gli occhi lucidi raccontano meglio di tante parole l’uomo che per i teramani è la polizia. Quando nel 1979 arrivò in città era un giovane papà deciso – dopo la laurea in giurisprudenza, cinque anni nell’Arma a combattere la criminalità napoletana e un’esperienza alla questura di Oristano – a portare una ventata di novità nella sonnacchiosa provincia in cui iniziavano le incursioni della banda di Valerio Viccei e lo spaccio di eroina faceva il suo ingresso dalla vicina Capitale. Erano i tempi in cui l’indagine scientifica non esisteva e dove i “cattivi” erano sempre armati di mitra. Vent’anni trascorsi tra rapine e omicidi «con i miei uomini sempre sulla strada senza feste e riposi», tra assassini portati a piedi in questura (caso che gli è valsa la medaglia d’argento al valore civile) e “dame bionde” pronte a sfigurare con il vetriolo il nemico dell’amante. Oggi Del Fuoco di anni ne ha 68, pugliese di nascita è diventato teramano d’adozione: dopo la pensione è rimasto in città. Dopo aver diretto la squadra mobile per vent’ anni è stato primo dirigente dell’anticrimine a Pesaro, poi ai vertici della divisione anticrimine e infine vice questore vicario. E’ nonno di otto nipoti e quando passeggia c’è ancora chi lo ferma «perchè dotto’ ti devo dire una cosa che solo tu puoi risolvere».

Quando lei arrivò nel 1979 la banda Viccei cominciava ad imperversare anche nel Teramano con le prime rapine. Che anni erano e che ricordo ha di Viccei?

«Inizialmente trovai una microcriminalità legata soprattutto allo spaccio di droga con la prostituzione confinata solo sulla Bonifica del Tronto. Le rapine erano poche. Forte dell’esperienza acquistata a Napoli la prima cosa che feci fu quella di mettere insieme un gruppo di giovani collaboratori che nel tempo si è rivelato un pool di ottimi investigatori. Ognuno aveva una sua virtù e insieme formavano una squadra che in quegli anni non aveva rivali. Con la banda di Viccei arrivarono le prime grosse rapine in banca e ben presto ci furono anche le incursioni della banda Battestini. Viccei aveva una squadra davvero forte che faceva paura e noi lo sfidammo. Senza esclusione di colpi ma nel rispetto di chi stava dall’altra parte. Si combatteva ad armi pari, mai andando oltre quelle che erano le norme di legge. Ricordo un inseguimento dopo un colpo: ci hanno fregati per una frazione di secondo passando da una scorciatoia che noi non conoscevamo. La mia squadra mobile era il meglio che in quel momento potesse esserci e io stavo sempre insieme a loro».

Non c’erano gli strumenti tecnologici di oggi. Che indagini si facevano?

«Erano gli anni in cui le indagini si facevano soprattutto con la testa, in cui non c’erano i telefoni cellulari e avere dei dati al computer significava dover aspettare giorni. Bisognava far funzionare soprattutto il cervello. C’era il procuratore Cristoforo Barrasso che mi chiamava “o’ bardascio” perchè eravamo tutti giovani ma pronti a fare grandi cose. Non voglio essere presuntuoso ma quella squadra mobile ha seminato tanto in tema di prevenzione che per decenni si sono raccolti i frutti di quel lavoro. Quando capivamo che c’erano i segni della presenza della criminalità organizzata non davamo respiro a nessuno. Eravamo in quindici persone e abbiamo dato molto di più di quello che umanamente potevamo dare».

Nel 1994 l’ allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro le consegnò una medaglia d’argento al valor civile per aver disarmato e fatto uscire di casa l’uomo che minacciava di fare una strage dopo aver sparato a morte al suocero. A Teramo lo ricordano come il delitto di via Rischiera. Cosa successe?

«Quel giorno ero fuori servizio e stavo portando fuori il cane quando sentii dei colpi d'arma da fuoco provenire da un appartamento vicino alla questura. Lasciai il cane ad una poliziotta ed entrai nella casa in cui si era appena consumato il delitto. Ero disarmato e riuscìì a farmi consegnare l'arma dall'assassino dopo che più volte mi aveva puntato la pistola addosso. Per un poliziotto la cosa fondamentale è non perdere mai la calma, anche nei momenti più difficili, perchè solo così riesci a rimanere razionale. Cominciai a parlare con quell’uomo che era molto agitato e mi feci consegnare la pistola che presi con un fazzoletto. Poi lo presi sottobraccio e lo portai in questura».

Un altro caso legato alla sua squadra mobile è quello che i teramani ricordano come la “dama bionda”, la donna che lanciò il vetriolo in faccia al nemico del suo amante riconosciuto poi come mandante.

«Era la fine degli anni ottanta e quel giorno ero appena rientrato dalle ferie. Andai in ufficio mi dissero che qualche ora prima un elettricista teramano era stato sfregiato da una donna bionda che gli aveva lanciato del vetriolo al volto. L’uomo ci raccontò che era stato contattato da una donna che gli aveva chiesto un preventivo per fare dei lavori, ma quando si presentò all’appuntamento e aprì il finestrino dell’auto venne colpito dal getto che lo sfigurò. Intuimmo che la donna non poteva non essersi fatta qualcosa alle mani. Così girammo tutte le farmacie e le profumerie della città e della provincia, fino a quando una commessa ci disse che era entrata una donna a comprare un unguento e lei aveva visto qualcosa sulle mani. Ci disse anche che aveva notato un certo tipo di auto parcheggiata e io le feci controllare tutte fino a quando non arrivammo alla proprietaria. Aveva agito per conto del suo amante che le aveva chiesto di vendicarsi dell’uomo che aveva avuto una relazione con la moglie».

Poi ci sono stati gli anni della droga, delle mamme che ogni giorno si presentavano nel suo ufficio per chiedere aiuto.

«Prima di andare in pensione è venuto a trovarmi un uomo che nella mia carriera di poliziotto avrò fatto arrestare dieci volte per spaccio. Mi ha detto che grazie a me è entrato in comunità ed è uscito dalla droga. E' stato il più bel regalo per la mia pensione».

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