Denuncia gli strozzini ma niente fondo antiusura

Il caso di un imprenditore teramano: «Ho perso l’impresa, oggi faccio l’autista Attendo ancora l’aiuto dello Stato ma anche oggi rifarei quello che ho fatto»
TERAMO. Ha pagato finché ha potuto, fino a svendere la sua attività a chi gli aveva prestato i soldi a strozzo. Poi ha denunciato e si è costituito parte civile nel processo chiuso qualche giorno fa con condanne complessive a vent’anni di carcere per usura e spaccio. Da quella denuncia sono passati sei anni ma lui attende ancora di essere ammesso al fondo antiusura istituito in ogni prefettura. Oggi a 60 anni sopravvive facendo quello che capita. Il bracciante, l’autista. «Mi arrangio», dice, «sono pieno di debiti ma sono sicuro che prima o poi lo Stato si ricorderà di me. Io anche oggi rifarei quello che ho fatto e denuncerei di nuovo».
La cronaca racconta la storia di un imprenditore teramano sfiancato dall’alluvione del 2011, da un risarcimento danni atteso ma mai arrivato, dalla necessità di avere liquidità e di bussare a tutte le porte. Anche a quelle dell’usura. «Avevo una lavanderia e un buon giro d’affari», dice, «poi nel 2011 è arrivata l’alluvione e uno dei miei locali di Mosciano è andato completamente distrutto. Acqua e fango hanno danneggiato macchinari e mezzi. Nel frattempo, però, dovevo pagare fornitori e bollette, insomma tutto quello che c’è da fare. A un certo punto non sono più riuscito a far fronte a nulla. Dalle banche ho ricevuto solo no e così ho cominciato a chiedere soldi in prestito».
La prima volta 5mila che in un mese sono diventati 7500 da restituire. Poi, complessivamente, circa 35mila che in meno di un anno sono diventati 60mila da restituire a un tasso del 20%. «La prima volta ho restituito tutto», dice ancora, «poi non sono più riuscito farlo. A chi, spesso con minacce, mi richiedeva i soldi indietro dicevo che stavo aspettando i fondi del risarcimento per i danni dell’alluvione perché se fossero arrivati io i miei debiti li avrei saldati». Ma quei soldi non arrivano. E così le minacce aumentano. A lui e alla sua famiglia. Una volta con un coltello, un’altra mimando il gesto di una pistola con una mano. Giorno dopo giorno sprofonda in quel pozzo nero che si chiama usura dove s’ammassano ansia e solitudine, disperazione e impotenza. Il peggio non finisce mai. Come quella volta in cui custodisce nella lavanderia “qualcosa” dell’altro. Una volta una busta con della droga e un’altra uno zainetto con delle armi (tutto già raccontato nell’aula di tribunale in cui ha testimoniato). In quell’occasione a chi gli chiedeva perché disse: «Erano favori che non potevo non fare visto che non avevo i soldi per restituire quello che mi aveva prestato. Pensavo così di tenerlo buono». Ma dall’altra parte hanno continuato a chiedere sempre di più. «Quando non sono riuscito più a pagare», conclude, «sono stato costretto a svendere la lavanderia. Tutte le attrezzature le ho svendute a un prestanome dell’uomo a cui chiedevo i soldi. Ho perso tutto e oggi ho solo debiti».
In questi anni l’imprenditore è stato assistito dall’avvocato Pier Francesco Manisco che lo segue anche nella richiesta al fondo antiusura. «Se i tempi lunghi e la burocrazia prevalgono», dice il legale, «l’aiuto previsto dal fondo antiusura diventa più formale che sostanziale. Ci auguriamo che dopo la sentenza di condanna che ha riconosciuto un risarcimento all’imprenditore anche la pratica al possa essere velocizzata».
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