Di Martino, è scontro tra periti sulla stretta al collo della vittima

Per i consulenti del tribunale e quello della pubblica accusa è stata «determinante per la morte» Di diverso avviso quelli della difesa del figlio accusato di aver ucciso il padre: «Non è dimostrabile»
TERAMO. Si affrontano a colpi di fioretto in attesa della stoccata finale. In aula è il giorno dei periti del tribunale e dei consulenti di parte (accusa e difesa) che rappresentano le proprie ricostruzioni scientifiche nel processo in corso a Giuseppe Di Martino, il 48enne architetto di Silvi accusato di aver ucciso il 75enne papà Giovanni al termine di una violenta lite scoppiata nella casa di Silvi nella notte tra il 13 e il 14 giugno del 2019. Per la Procura un omicidio volontario aggravato, per la difesa una caduta accidentale. Una differenza giuridicamente sostanziale.
Davanti alla Corte d’assise presieduta dal giudice Flavio Conciatori (a latere Francesco Ferretti), e dopo un minuto di silenzio contro la guerra in Ucraina, i medici legali tornano ad illustrare le loro verità scientifiche.
Per i periti del tribunale, l’anatomopatologo Mauro Bacci e il cardiologo Giuseppe Ambrosio, tra l’imputato e la vittima c’è stata una violenta colluttazione e la vittima ha subito una stretta al collo quando era a terra. «Una costrizione intensa violenta con una mano» ripetono i due rispondendo alle domande incalzanti del pm Enrica Medori. Impossibile quantificare il tempo, ma è certo che la morte in quelle condizioni è sopraggiunta in pochi minuti. Bacci parla di più afferramenti sempre con una mano e sempre nella parte alta del collo.
Per il consulente della pubblica accusa, l’anatomopatologo Pietro Falco, c’è stata «una costrizione sul collo con strozzamento, un’azione costrittiva che si è abbattuta con forza sulla vittima che in quel momento era a terra e già con varie fratture causate dalle precedenti cadute». Nella sua ricostruzione in aula Falco si sofferma sulla dinamica dei fatti sottolineando come nelle ultime fasi «ci sia stata una sproporzione di forze nella colluttazione.La capacità di offesa e reazione da parte della vittima in quel momento era grandemente scemata».
Diversa la valutazione finale dei consulenti della difesa, il medico legale Cristian D’Ovidio e il cardiologo Jacopo Pizzicannella. Nella ricostruzione della colluttazione tra padre e figlio e nella dinamica dei fatti, si delinea un disaccordo totale sull’aspetto della compressione che, secondo i consulenti della difesa, avrebbe avuto una durata breve e non sarebbe stata determinante nel provocare la morte. O almeno non dimostrabile. La tragedia avvenne nella notte tra il 13 e il 14 giugno del 2019 nella cucina dell’abitazione dove la vittima viveva con la moglie e il figlio, rientrato dal Brasile. Secondo la versione fornita dall’imputato (assistito dall’avvocato Marco Pierdonati) e dalla madre l’anziano sarebbe morto per una caduta accidentale dopo una violenta lite scaturita dalla decisione della donna di voler andare via di casa. Alterco in cui il figlio sarebbe intervenuto per difendere la madre. Dopo il violentissimo litigio i due avevano caricato l’anziano in auto e l’avevano portato all’ospedale di Atri.
Nel corso della sua audizione il figlio, che è agli arresti domiciliari, ha raccontato della colluttazione con il genitore e ha respinto l’accusa di averlo ucciso. «Non ho pensato a chiamare il pronto soccorso», ha detto in quell’occasione, «ho pensato che se respirava c’era una speranza. Gli ho fatto il massaggio cardiaco e poi la respirazione a bocca».Si torna in aula il 21 marzo con gli ultimi testi della difesa. La sentenza è attesa per maggio.
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