Di Sabatino: ora il bilancio è sano ma in Provincia serve personale

26 Ottobre 2018

Parla il presidente Pd che si appresta a lasciare dopo quattro anni l’ente di via Milli «Superata una transizione difficile, ci siamo ricavati nuovi spazi e abbiamo intercettato tanti fondi»

TERAMO. Arriva nel palazzo di via Milli con l’immancabile zainetto e il suo Jack Russell al guinzaglio. Fulmine, nello studio del presidente della Provincia, è a suo agio e cerca subito la sua ciotola, nell’anticamera.
Forse è l’ultima volta che Fulmine saluta gli impiegati della Provincia con cui ha condiviso molti giorni degli ultimi quattro anni. Il mandato del presidente Renzo Di Sabatino volge al termine e il 31 ottobre, alla fine dello scrutinio, l’ente avrà un altro presidente.
Presidente, a breve si concluderà un ciclo iniziato nel 2009, quando fu eletto consigliere provinciale del Pd.
«Si, ero all’opposizione durante l’amministrazione Catarra e nel 2012, quando non fui più sindaco di Bellante – ruolo che ho ricoperto dal 2006 al 2011 – divenni capogruppo. Sono stato sempre chiamato a ricoprire ruoli in situazioni di difficoltà, quando c’era un “vento contrario”. Così al Comune di Bellante, così in Provincia, così ora nel partito (è stato nominato segretario regionale del Pd, ndr). E appunto in Provincia all’epoca si sapeva che sarebbe stato un testa a testa fra Valter Catarra ed Ernino D’Agostino. Io dovevo portare consensi dal collegio di Bellante, e fui il primo degli eletti. In più già allora c’erano delle proposte di modifica dell’assetto della Provincia che si sarebbero poi evolute nella riforma Delrio del 2014».
Il suo intervento in una situazione di forte svantaggio per il centrosinistra fu ancora più evidente quattro anni fa, quando riuscì a ribaltare qualsiasi pronostico.
«Nelle prime elezioni di secondo livello per la Provincia (in cui votano i consigli comunali, ndr) quasi tutti i Comuni più grandi erano del centrodestra: Teramo, Roseto, Tortoreto, Alba, per fare degli esempi. Quando mi chiesero di candidarmi, il Pd non era in partita e io a livello professionale avevo intrapreso altre strade, specializzandomi ad esempio in diritto finanziario. Ma mi piacciono le sfide e la mia condizione personale mi lascia la liberà di agire. Mi sono inserito nelle fila del centrodestra, parlando con gli amministratori e presentando un progetto comune per il territorio e per la Provincia. E ha premiato».
Insomma, lei come la Croce Rossa. Sta accadendo anche per l’attuale incarico politico?
«La stessa cosa è avvenuta adesso per la segreteria regionale: se il Pd invece di avere il 15% avesse avuto il 30% nessuno si sarebbe ricordato di me. Ma la politica è la mia passione e la vivo con molta libertà. Faccio un esempio, alle elezioni politiche del 2013, dopo essere arrivato secondo alle primarie del Pd, a causa dei “catapultati” fui messo in lista come quarto al Senato e ovviamente non fui eletto. Ma l’ho vissuto con serenità, avrei potuto mandare a quel paese qualcuno. Se dovessi farmi guidare da comportamento ostili ricevuti all’interno del partito non avrei dovuto sostenere, più in là nel tempo, le stesse persone. Insomma, non serbo rancore».
Ma torniamo alla Provincia, lei ha gestito la metamorfosi dettata da Delrio. Qual è stata la sua strategia?
«E’ stato importante aver restituito dignità all’ente, soprattutto attraverso un lavoro di motivazione dei dipendenti. E’ bello sapere – certo ci sarà anche qualcuno che non mi può vedere – che sanno di non lavorare per una Cenerentola, come accaduto altrove. E anche dai cittadini abbiamo la percezione che l’ente ha ragione di esistere: lo vedo anche paradossalmente dalle polemiche sulle strade o sulle scuole, significa che l’ente ha un ruolo. Il compito più delicato, perchè investiva la vita delle persone, è stato rassicurare i dipendenti che nessuno sarebbe stato lasciato a casa. Siamo riusciti a raggiungere l’obiettivo, spendere la metà di quanto spendevamo per il personale nell’aprile 2014: da 13 milioni siamo passati a sei e mezzo, ma i dipendenti da quasi 350 sono passati a 183. Una scelta dolorosa è stata mandare persone anche di alta qualità in prepensionamento. Ora il problema non sono le risorse economiche, siamo stati bravi a tenere in piedi il bilancio, ma lo scarso personale».
È dunque questa la prima eredità al suo successore?
«Servono 30-40 unità nell’edilizia scolastica, nelle manutenzioni, nei centri di progettazione e della Sua (stazione unica di committenza, ndr.) Per esempio nell’edilizia scolastica abbiamo solo due ingegneri e due che li aiutano. Ora ci sono oltre 50 milioni per le scuole, ogni grande progetto ha bisogno di un professionista che lo segua H24».
I tagli imposti dalla riforma non credo abbiano riguardato solo il personale...
«Il lavoro di contenimento della spesa è stato a 360 gradi: abbiamo rinegoziato mutui, fatto la revisione degli swap e dei derivati, ridotto le spese in ogni settore, tagliato la spesa per locazioni riducendo i locali in affitto e rinegoziando i canoni ottenendo abbattimenti fino al 40%. Abbiamo rivisto anche le spese telefoniche: insomma abbiamo fatto un’operazione di raschiamento del barile. E ora siamo riusciti ad accantonare anche 100mila euro per le pendenze col Braga».
La riforma ha anche tagliato le entrate?
«Si, noi prendiamo una percentuale dell’imposta di trascrizione e dell’Rc auto: con la riforma però questi soldi se li prende lo Stato che poi ci gira delle somme per la viabilità o altre funzioni fondamentali. Ma sono molto minori. Ad esempio nel 2018 su 15 milioni, la restituzione è stata di 7,5 milioni con un taglio netto di 7,8 milioni. Noi di contro abbiamo fatto grandi operazioni di vendita del patrimonio immobiliare con la vendita della caserma dei carabinieri (ha fruttato 5,4 milioni, ndr) e la permuta di quella dei vigili del fuoco in lavori per 1,8 milioni. Senza contare poi la riduzione dei dirigenti: prima ce n’erano 7, un direttore generale e 11 settori, oggi un segretario generale, due dirigenti, più uno dell’Avvocatura. C’è bisogno di un dirigente tecnico».
La Cisl ha di recente lanciato l’allarme sul trasferimento di un settore molto attivo della Provincia, quello delle relazioni industriali, alla Regione. Corrisponde al vero?
«Si, è già avvenuto anche se Pierluigi Babbicola (il responsabile, ndr), per ora resta qui fisicamente. E’ un errore, su cui spero che la Regione torni indietro: la Provincia è più vicina al territorio. Anche se altrove il servizio non funziona, noi – con il ricostituito Opes, l’osservatorio per l’economia e lo sviluppo – abbiamo gestito la crisi, risolvendo o mitigando gli effetti di situazioni che avrebbero potuto essere devastanti. Senza contare l’accordo di programma, firmato a luglio 2017, per l’area di crisi complessa Vibrata-Tronto».
A proposito di devastazione: durante la sua presidenza ha dovuto affrontare l’alluvione del 2015, il terremoto del 2016, l’eccezionale nevicata abbinata al terremoto nel 2017.
«Abbiamo lavorato sempre in emergenza e si è dimostrato come depotenziare un ente di area vasta metta in difficoltà il territorio e soprattutto le aree interne. Noi abbiamo dovuto fare delle scelte e abbiamo fatto 20 milioni di lavori assumendoci la responsabilità di farli senza coperture, ma dovevamo dare delle risposte a cittadini in forte difficoltà. Poi, lo devo dire, siamo stati bravi a prenderci spazi di iniziativa politica che non ci competevano. Ad esempio non si sono mai visti tanti pullman partire per Roma per chiedere fondi e interventi per il sisma. Abbiamo saputo sfruttare tutte le opportunità a disposizione intercettando finanziamenti per sisma, nevicata, i fondi del Miur e del Cipe».
Ci sarà qualcosa che non è riuscito a fare.
«Si, riguarda il terzo core business della Provincia: diventare centro unico di committenza di tutti i Comuni e per tutto. Ho seguito alcune polemiche sulla Sua negli ultimi giorni, alcune fuori luogo: bisogna prendere coscienza che la Provincia è la casa dei Comuni. E poi sarebbe stato importante creare un servizio unico integrato di progettazione per intercettare i finanziamenti europei, come fa la Provincia di Brescia, che però è molto più grande di noi. Molti progetti europei prevedono i cofinanziamenti e i Comuni da soli non sono in grado. Un altro rimpianto, questo perchè è mancato il tempo, è creare l’enoteca provinciale nel seminterrato della Provincia: abbiamo le cantine migliori d’Abruzzo ma non un’enoteca provinciale».
Come esce da questa esperienza?
«Arricchito, è un’esperienza formativa notevole, ma so che non bisogna affezionarsi a un ruolo che è giustamente temporaneo e che si fa per spirito di servizio. Purtroppo accade spesso. Ora vivo una nuova avventura. E’ un’impresa difficile ma che si può affrontare sapendo che l’orizzonte temporale non è breve. Il risultato che mi piacerebbe raggiungere è lasciare il Pd molto rinnovato: nei modi, nei temi, nelle persone».
©RIPRODUZIONE RISERVATA