Elvira Masi: «Dopo quasi 20 anni i miei genitori meritano la verità»

29 Maggio 2024

La figlia dell’avvocato Libero e della moglie, uccisi a colpi di machete nel 2005 nella loro villa: «Mamma e papà erano persone solari e benvolute che non hanno mai avuto niente da nascondere»

TERAMO. L’esercizio della memoria è un dovere in uno Stato di diritto che non abbia paura di guardarsi allo specchio. Ma bisognerebbe sempre cominciare dalle vittime e da chi resta. E allora in questa storia senza fine che è il massacro dell’avvocato Libero Masi e della moglie Emanuela Chelli, alla vigilia del 19esimo anniversario del delitto irrisolto del giugno 2005 che porta con sé una nuova riapertura delle indagini, non si può che ripartire da Elvira Masi, dalla sua rara capacità di non cedere mai all’orrore in quello che per lei e suo fratello Alessandro resta un tempo sospeso, dalle sue parole che non urlano ma accarezzano chi ascolta quando torna a chiedere: «Verità per mamma e papà».
Perché se dopo quasi vent’anni una giustizia processuale piena appare difficile, qualunque possa essere l’esito delle nuove indagini e al di là di quelle da cold case tanto cari a programmi televisivi, una verità storica va cercata e trovata. «Una verità reale e non fine a se stessa», dice Elvira che parla anche a nome del fratello Alessandro, «dopo 19 anni è una verità dovuta alla memoria dei miei genitori, due persone solari, amate e stimate da tutti in paese e fuori, che non avevano nulla da nascondere della loro esistenza privata e professionale. Mio padre e mia madre ci hanno sempre insegnato a stare alla luce del sole e mai nell’oscurità, ad aprirsi verso il mondo e mai a chiuderci. Questo abbiamo fatto, questo continuiamo a fare attraverso i loro insegnamenti. E allora che questa verità inseguita così a lungo sia trovata soprattutto per quel senso di trasparenza della vita tanto cara ai miei. È importante che ci sia anche se non ci sarà un epilogo in un’aula di giustizia».
E sei i luoghi delle grandi storie di cronaca nera sono spazi difficili da vivere e il prezzo di certi ricordi è sempre troppo alto, Elvira Masi parla con la consapevolezza delle ferite diventate feritoie: un punto di osservazione verso gli altri. «Io e mio fratello da 19 anni viviamo in un tempo sospeso», dice, «senza verità che ci permettano di chiudere perché per chi resta una fine ci deve essere. E allora penso anche a come la nostra dimensione di persone che aspettano la verità in questo Paese sia purtroppo uguale a quella di tante altre. In certi casi in condizioni amplificate come per i familiari delle vittime di Ustica, di Bologna. È come se la dimensione dell’attesa si moltiplicasse all’infinito. Nel frattempo gli anni passano, chi resta cerca di andare avanti. Ma il momento della chiusura non arriva mai, le verità non si trovano, restano sempre quelle opacità che offuscano la memoria. Memoria e verità, invece, dovrebbero camminare di pari passo. Io e mio fratello ci auguriamo che dopo tutti questi anni le nuove indagini possano portare almeno a una verità. Quella che spetta ai miei genitori che da un giorno all’altro non abbiamo più visto».
Ora che il pendolo della cronaca riparte da una verità negata, le vite di Elvira, da tempo impegnata nel teatro sociale, e del fratello Alessandro, architetto in Spagna, sono l’eredità più vera dei coniugi Masi. Perché ci vuole sempre tanta sapienza, di vita e insegnamenti, per stare così a lungo dentro una tragedia come questa senza lanciare invettive, senza giudizi verso gli altri.
«Siamo diventate le persone che loro ci hanno insegnato ad essere», dice Elvira, «con un profondo rispetto degli altri, della dignità umana, della libertà. Io e mio fratello, che in questi anni abbiamo letto tutti gli atti delle indagini, siamo sempre stati convinti che non ci sia mai stato niente di oscuro perché mamma e papà non hanno mai avuto niente da nascondere. E questa verità abbiamo l’obbligo di renderla per la memoria dei miei genitori».
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