Esproprio, gli artigiani contestano il conto

Roseto, i 20 imprenditori impugnano il provvedimento con cui il Comune vuol recuperare i 5 milioni
ROSETO. Il Comune non rientrerà tanto presto in possesso dei 5 milioni di euro già anticipati per conto degli artigiani che hanno impiantato la propria azienda nella nuova area produttiva di Roseto. Si tratta degli imprenditori che operano nell’area artigianale di Roseto, chiamati a sborsare oltre 5 milioni, cioè la differenza tra la somma pagata per l’esproprio del suolo e la cifra accordata in seguito dai giudici a cui si erano rivolti i proprietari dei terreni contro la tariffa corrisposta ritenuta inadeguata.
L’enorme cifra è già stata sborsata dal Comune perché è lui debitore in prima persona rispetto ai privati espropriati. Ma all’atto della stipula del contratto per l’assegnazione dei lotti, gli amministratori dell’epoca pretesero di inserire una clausola che sulla carta ha messo il Comune al riparo dalle successive beghe giudiziarie, come poi si è verificato, scaricando così il debito sugli imprenditori, sui quali l’ente sta ora cercando di rivalersi per recuperare la somma anticipata. «Non sarà un’operazione semplice», è la previsione di Gloriano Lanciotti, direttore della Cna di Teramo e promotore dell’area artigianale in questione, «perché tutti gli imprenditori chiamati in causa hanno impugnato il provvedimento di riscossione da parte del Comune, pertanto ci sono in piedi numerose cause sul cui esito nessuno può fare previsioni». Il piano di rientro del Comune prevedeva il recupero della somma entro il 2014, ma a tutt’oggi non è stato incassato neppure un euro. «Una classica storia all’Italiana», è l’amaro commento di Lanciotti, «quell’area infatti doveva rappresentare un volano per l’economia. Era attesa da anni da tanti imprenditori locali e, grazie al vicino autoporto, era destinata a diventare uno snodo vitale di produzione, commercio e scambio di prodotti e merci». Ma l’atteso rilancio non c’è stato, sia per la vicenda giudiziaria legata agli espropri ancora in corso, ma anche perché l’autoporto non è mai entrato in funzione.
«Gli imprenditori non possono accettare, e noi con loro», continua Lanciotti «visto che la somma spropositata pari alla differenza tra il prezzo fissato all’epoca dell’acquisto dei terreni e quello fissato dal Ctu (il tecnico nominato dal tribunale, ndc) dell’Aquila rappresenta infatti un aumento di più del 300% rispetto all’origine». Una situazione davvero pesante, dunque, che rischia di mettere definitivamente in ginocchio oltre 20 aziende e un indotto di circa 200 lavoratori. (f.ce.)
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