Falasca: «La città ha bisogno di una rigenerazione urbana»

L’architetto e consigliere comunale: dobbiamo riprogettarla intorno al parco fluviale all’insegna della mobilità sostenibile e del recupero degli spazi vuoti, qui la qualità della vita può essere alta
TERAMO. L’architetto Vincenzo Falasca, ex assessore provinciale all’urbanistica e attuale consigliere comunale di maggioranza, interviene nel forum del Centro “Teramo futura”, lanciato dalla nostra redazione per raccogliere idee e proposte sulla vocazione del capoluogo. Falasca prende spunto dal filone che finora sta quasi monopolizzando il forum, e cioè la valorizzazione del parco fluviale, ma va oltre e delinea una sorta di pianificazione strategica per l’intera città basata sulla sostenibilità ambientale.
«Questa», esordisce l’architetto, «è una città dove la qualità della vita potrebbe essere molto alta. Rigenerazione urbana, questo è il concetto chiave. E il ruolo del parco fluviale può essere determinante, il volano di questa rigenerazione urbana. L’intera storia di Teramo passa attraverso i due fiumi. Una volta chi viveva fuori dalle mura del centro storico diceva "vado a Teramo", perché tra la sua dimora e il centro c’erano i fiumi che rappresentavano una sorta di ostacolo. Ma poi le condizioni sono cambiate: ora oltre i fiumi ci sono altri pezzi di città, il lungofiume ormai è un pezzo verde di città. Quindi, attraverso il parco, bisogna rivedere il rapporto tra le diverse parti di Teramo. Gammarana, Villa Pavone, San Nicolò, Campo della Fiera, Cona: sono tutte parti della città che potrebbero connettersi meglio alle altre attraverso il parco. Le piste ciclopedonali esistenti, relazionate in modo giusto alla viabilità cittadina, potrebbero contribuire a una vera mobilità sostenibile. Ovvero: non sarebbero più solo un luogo di svago, ma consentirebbero di muoversi in modo diverso anche per andare a lavorare».
Insomma, per Falasca il ruolo che potrebbe svolgere il parco fluviale è di «luogo di ricucitura di parti di città». Il consigliere propone, per l’area fluviale, di «tutelare e valorizzare le realtà piccole e grandi che si trovano al suo interno, come la fonte della Noce, i mulini, il ponte degli impiccati». E ancora: «Gli accessi al parco vanno migliorati. Bisognerebbe ad esempio fare delle scale mobili per favorire l'accesso degli anziani e percorsi pedonali protetti di accesso all’area verde. Un tempo sul Vezzola c'erano gli orti urbani utilizzati dall'ex psichiatrico come terapia. Oggi si possono riproporre dandoli agli anziani, in America gli orti li stanno facendo persino sopra i grattacieli. Nel parco si possono svolgere le attività più varie ed è un luogo fondamentale per aggregare i cittadini e legare i quartieri. Quanto al prolungamento del parco almeno fino a San Nicolò è scontato, io lo dico da vent'anni. E fino a Villa Pavone bisogna farlo subito».
Ok, ma le risorse? «Il Comune di Teramo», suggerisce Falasca, «dovrebbe sollecitare l'attivazione del contratto di fiume. Si può anche pensare a finanziamenti europei sulla mobilità sostenibile e sull'ambiente, mirati a ridurre il C02. Ma sottolineo la necessità di pianificare, di guardare lontano. Serve uno studio che individui le possibili relazioni che rigenerino il parco e la città insieme. E serve un piano della mobilità sostenibile. Sono temi che l'amministrazione comunale sta trattando, tanto che il sindaco ha costituito un tavolo tecnico per la rigenerazione urbana e il riuso dei contenitori dismessi. Non sono obiettivi da portare a casa nell'immediato, ma è un percorso che va iniziato mettendo in campo azioni politico-amministrative di attrattività del nostro territorio».
Ovvero, nel concreto? «Il Comune deve riprogettare le parti di città dismesse. Necessariamente dovrà rivedere il Prg e il piano particolareggiato del centro storico. Ma per essere attrattivi bisogna anche fare delle cose subito. Un esempio? Sull’ex psichiatrico è inutile aspettare che qualcuno metta 60 milioni, utilizziamone – che so – cinque per recuperare subito le corti interne e metterle a disposizione dei cittadini».
Per Falasca «bisogna ripensare il modello di sviluppo», e al riguardo l’ex assessore provinciale non può non citare come esempio negativo il progetto dell'autodromo di Montorio, che secondo lui «è contro il pensiero moderno della riduzione del consumo di suolo, della sostenibilità e della rigenerazione. Nella vallata del Tordino ci sono aree industriali dismesse al 60 per cento e per di più vicine alla grande viabilità: che senso ha farlo lassù? Ed è certo che la realizzazione di quell'opera avrà un impatto non solo sul territorio di Montorio, ma a livello più vasto». Falasca non vuole fare polemica, ma il sottinteso è evidente: perché la Provincia o il confinante Comune di Teramo non hanno detto nulla?
Il guardare oltre il proprio orticello, il ragionare in termini di area vasta, per Falasca sono fondamentali. E sul ruolo di Teramo città dice: «Finora abbiamo sempre privilegiato il rapporto con la costa, ma dovremmo migliorare quello con Ascoli. E forse è stato un errore anche uscire dal Parco: bisogna creare le condizioni perché la gente resti o vada nella zona montana e Teramo in questo poteva giocare un ruolo come naturale “porta” del Parco».(d.v.)
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