Fini: l’integrazione dei migranti è un fatto culturale

11 Dicembre 2015

TERAMO. L’immigrazione e l’integrazione come i due tempi di una partita di calcio. Gianfranco Fini si affida alla metafora sportiva per legare i due temi del confronto con gli studenti dell’universit...

TERAMO. L’immigrazione e l’integrazione come i due tempi di una partita di calcio. Gianfranco Fini si affida alla metafora sportiva per legare i due temi del confronto con gli studenti dell’università. Nella sala delle lauree di giurisprudenza la platea è piena quando l’ex presidente della Camera arriva accompagnato dal rettore Luciano D’Amico. È in programma l’appuntamento del ciclo «Incontro con i protagonisti», organizzato dalla facoltà di ccienze politiche e in particolare da Romano Orrù, docente di diritto costituzionale italiano e comparato. Si parla appunto di “Nuovi scenari geopolitci: immigrazione e integrazione” e a fare da tramite per la presenza di Fini in ateneo è stata l’associazione “Eleutheria” di cui è presidente l’ex vicesindaco ed ex consigliere regionale Berardo Rabbuffo.

«Un tema importante», lo definisce D’Amico, «che ci impegnerà nei prossimi anni e segnerà non poco i futuri assetti della società». Chi può inquadrarlo meglio, dunque, di un ex presidente della Camera che è stato anche ministro degli Esteri ed ha firmato, insieme a Umberto Bossi, la legge in cui sono dettati condizioni e limiti alla cosiddetta “immigrazione economica”? Di quella norma, all’epoca tanto contestata, Fini rivendica la paternità e, dopo i dati statistici sui flussi migratori in Italia forniti dal preside della facoltà Enrico Del Colle, entra nel merito dell’argomento. Ricorda le decine di milioni di italiani emigrati all’estero e auspica l’elaborazione di un «modello di integrazione orginale» che si distingua da quello sviluppato dagli ex imperi coloniali. Questo però è «il secondo tempo della partita». Prima viene la gestione dei flussi di migrazione verso l'Europa, vista come l’Eldorado nonostante la crisi da tanti fuggiaschi da guerre e miseria, e dovrebbero entrare in gioco politiche comunitarie.

«Finalmente a Bruxelles si sono accorti che la questione non riguarda solo l’Italia», sottolinea Fini, «la presunzione secondo cui in casa mia faccio tutto da solo è una profonda illusione». Per l’ex presidente della Camera sarebbe fondamentale una gestione comune a livello europeo dei criteri d’identificazione dei migranti, dei centri di accoglienza e dei rimpatri. Su questi punti, però, «l’Europa di risposte non ne dà», contano solo la volontà e gli interessi degli Stati membri, per cui l’alto commissario per la politica estera dell’Unione Federica Mogherini «è responsabile del nulla».

L’integrazione, sostiene Fini, passa anche attraverso uno scatto culturale. «È qualcosa di più profondo che pagare le tasse e rispettare le leggi: è sentirsi in patria nel Paese che ti ospita anche se non è la terra dei propri padri». Immigrati di seconda o terza generazione, però, ingrossano l'esercito dell’Isis. Nel terrorismo islamico, dice Fini, sentono il fascino nichilista «dell’assoluto, di certezze in una società che non dà mai una risposta che vada fino in fondo». Agli studenti che gli chiedono del neutralismo italiano nella campagna militare contro l’Isis Fini risponde evocando l’immagine del bicchiere riempito a metà tra chi la considera una scelta prudente e chi la interpreta come rinunciataria. «Non si tratta però solo di tagliare la testa del drago», conclude, «ma di rispondere anche in termini culturali».

Gennaro Della Monica

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