Flocco, lo stilista che aiuta la sua gente

Ha lavorato per grandi maison ed ora è direttore artistico di diverse aziende, ma il suo atelier è in pieno centro storico
TERAMO. Filippo Flocco è nel salotto del suo atelier in pieno centro storico e benvolentieri racconta come è stato iniziare da Teramo e arrivare a lavorare a livelli internazionali nel difficile mondo della moda.
Com’è stato iniziare da una città di provincia?
«C’è voluta una grande determinazione. Sono una persona con un carattere monolitico. A prescindere delle doti innate che devi avere per fare questo tipo di mestiere, ci sono delle specializzazioni che devi prendere. Io sono direttore creativo, mi occupo di tutto: dai rapporti con le aziende, con i fornitori, alla ricerca e sviluppo dei tessuti. Per imparare a fare tutte queste cose ci vogliono anni, un grande studio, una grande devozione e non bloccarsi mai di fronte a una porta chiusa».
Come mai ha deciso di aprire il suo atelier qui a Teramo?
«Sono arrivato qui a Teramo da piccolissimo, avevo tre o quattro anni, e nonostante la mia vita sia sempre stata in movimento mi sento teramano a tutti gli effetti. La mia prima attività l’ho aperta qui, tanti anni fa, tornando da Roma dove avevo fatto il giro di rito degli atelier. Ero bellino, e questo aiuta molto, ero discretamente educato e diversi atelier mi hanno dato l’opportunità di fare pratica. Allora non era come adesso: prima andavi e dicevi “Vengo a raccogliere gli spilli” e se eri una persona adeguata, potevi lavorare. Per esempio andavo dalle Sorelle Fontana a fare il “ragazzino” che raccoglieva le pezze. Poi nel corso degli anni ti specializzavi. Io avevo una grossa dote: una grande mano per il disegno. Poi ho avuto la fortuna di essere chiamato da un’azienda italiana che produceva cachemire e che voleva iniziare con la produzione internazionale. Da lì ho iniziato ad aprirmi alle consulenze aziendali. Nel tempo sono diventato freelance: le multinazionali mi chiamano e ora posso permettermi anche di rispondere di no ad aziende importanti. Forse proprio questa mia atipicità fa si che non sia attratto dalla parte più effimera di questo lavoro».
Da dove prende ispirazione per le sue collezioni?
«La moda ora funziona in un altro modo: devo realizzare qualcosa che risponda alle esigenze dell’azienda che mi contatta. C’è poco fascino in quel che dico: forse ci si aspetterebbe che mi svegli con gli uccellini che mi volteggiano intorno come Biancaneve e inizi a creare, ma non è così. A seconda dei “mood”, delle tendenze e delle esigenze di mercato anticipate dalle sfilate alla “Premier Vision” (la fiera internazionale di Parigi, ndc), in base anche alle direttive dell’azienda per cui lavoro, il mio obiettivo è concepire collezioni più centrate possibile».
Passiamo al suo spiccato impegno nel sociale. Un anno fa la sfilata per rifare il tetto della chiesa di San Giuseppe, quest’anno la consulenza gratuita per ideare i modelli della camiceria di Sant’Egidio alla Vibrata crollata per il terremoto.
«Si, a me fa molto piacere aiutare gli altri. Nel caso della camiceria è successo tutto a Milano Unica. Un signore mi fermò e mi raccontò la tragedia che aveva subìto. Siccome io, soprattutto quest’anno, sento di avere un debito morale con il cielo, ho capito che bisogna restituire quanto di buono avuto dalla vita. Da qui è nata questa collaborazione: le cose basta farle col cuore, i soldi sono secondari e arrivano dopo. L’ho fatto anche perché riguarda la provincia di Teramo. La cosa più bella è aiutare il proprio paese ad andare avanti».
Quale aspetto della grande Coco Chanel l’ha intrigata tanto da farla diventare un suo punto di riferimento?
«La storia di Chanel mi ha colpito molto. Era un’orfanella che ha saputo inventarsi una vita. Lei è stata la prima a portare i topless in passerella, a mettere i pantaloni, ad abbronzarsi, a fumare in pubblico e a portare la macchina. Credo che tutte le donne le debbano essere gratl per aver rivoluzionato la libertà femminile nella moda. È di una forza, una contemporaneità tale che i codici di riconoscibilità della maison sono ancora gli stessi di quando lei ha iniziato a fine ‘800. Chanel è un riferimento da cui attingo continuamente per la sua determinazione. Dovremmo far tutti come lei: azzardare». Cristiana Ramundi
Valentina Palmerio
Mariateresa Costantini
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