Fondi ai terroristi islamici: in dieci vanno a processo

16 Dicembre 2022

Udienza preliminare dopo 4 anni dalla maxi inchiesta della Procura distrettuale Per l’accusa i tunisini occultavano i finanziamenti con un giro di false fatturazioni 

TERAMO. A quattro anni dal blitz con decine di arresti e dopo svariati rinvii dell’udienza preliminare (tra difetti di notifica e cambi di giudici) c’è un primo punto fermo nella maxi inchiesta della Procura distrettuale su un presunto giro di fondi a terroristi islamici partito dalla costa teramana: in dieci, tutti tunisini, andranno a processo. Così ha deciso il gip dell’Aquila Baldovino De Sensi nel corso dell’udienza preliminare. Quasi tutti gli indagati sono assistiti dall’avvocato Gabriele Rapali che difende anche Jameleddine Brahim Kharroubi, il 57enne tunisino con residenza a Torino ma all’epoca domiciliato ad Alba Adriatica, considerato una delle figure chiave dell’inchiesta.
Secondo l’accusa della Procura distrettuale rappresentata in udienza preliminare dal pm Simonetta Ciccarelli (a firmare il fascicolo all’epoca dei fatti fu il pm David Mancini, oggi a capo della Procura per i minori dell’Aquila) il gruppo, tra cui anche un ex imam, avrebbe fatto operazioni per finanziare alcuni terroristi islamici. Ipotesi sempre respinte da tutti gli indagati.
Per l’autorità giudiziaria da Alba e Martinsicuro il gruppo si sarebbe mosso in tutto il mondo per finanziare il terrorismo radicale islamico di “Al-Nusra”, attivo nella guerra in Siria. Sempre per la Procura (accusa tutta da dimostrare nel corso del dibattimento che inizierà ad aprile davanti al tribunale di Teramo) Kharroubi avrebbe sostenuto economicamente imam di ispirazione radicale. A cominciare da quello di Aversa Yacine Gasri, condannato in via definitiva a 4 anni e 9 mesi per associazione con finalità di terrorismo (incontro che secondo l’autorità giudiziaria sarebbe avvenuto nella moschea di Martinsicuro) e con quello che nell’ordinanza di custodia cautelare viene definito «l’influente» imam Omrane Adouni a cui, sostiene sempre l’accusa, Kharroubi avrebbe versato somme di denaro e dal quale avrebbe ottenuto, così si legge nella stessa ordinanza, «informazioni di prima mano sulla situazione siriana e sulle operazioni di guerriglia».
E con quest’ultimo, sempre così è stato ricostruito dall’accusa e scritto all’epoca nell’ordinanza di custodia, in una intercettazione del 2018, discuteva delle modalità e dei soldi necessari per far entrare combattenti in Siria.
Secondo gli inquirenti avrebbe fatto arrivare due milioni di euro provenienti da un giro di false fatturazioni ed evasione fiscale proveniente dalle sue imprese edili e di commercializzazione di tappeti. Accuse sempre respinte con forza dall’uomo nei vari interrogatori. Va detto che due settimane dopo gli arresti tutti vennero scarcerati dopo che il tribunale del Riesame accolse i ricorsi presentati dalle varie difese. Inizialmente nel fascicolo c’erano sedici nomi di cui dieci raggiunti da ordinanze cautelari di vario genere: le posizioni degli altri sei sono state stralciate con successivi provvedimenti di archiviazione.
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